2020 e 2020, parte prima

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Anche su Micronesia è tempo di fare un resoconto dell’anno appena trascorso.

Lungi da noi voler sciorinare delle sterili e canoniche classifiche di fine anno, “2020 e 2020” vuole essere essenzialmente una finestra sugli ascolti, le visioni e le letture che hanno lasciato un segno su di noi nel corso dell’anno, non necessariamente limitati a materiale di nuova produzione. Non un articolo sul 2020 quindi, ma sul “nostro 2020”: quello vissuto dal sottoscritto e da Tommaso Palmieri. “2020 e 2020”, infine, anche per prendere le distanze da una larghissima maggioranza che ha demonizzato tout-court l’anno appena trascorso per la crisi Covid-19: un anno drammatico per molti versi, tale da portare cambiamenti radicali che temiamo si faranno sentire a lungo, metabolizzati e accettati quale nuova normalità come ormai sono, ma anche un anno portatore di una ventata di cambiamento che, presa con la vela nella giusta direzione, ha rimesso sulla rotta giusta molte vite, inclusa la mia. Senza scendere in dettagli personali che interessano a ben poche persone oltre al sottoscritto, ecco allora il mio 2020 in musica, cinema e libri.

ASCOLTI

Nonostante l’inevitabile calo di nuove produzioni la mole dei miei ascolti è rimasta in linea con quella degli anni passati, come sempre bilanciata tra nuove uscite e recuperi dal passato recente e remoto. Tra le nuove uscite scarseggiano quelle davvero memorabili: svetta di gran lunga “Microphones in 2020” di Phil Elverum/The Microphones, già recensito su Micronesia. Musica e cuore, un ascolto capace di toccare nel profondo chi è disposto ad aprirsi completamente e senza difese all’ascolto. Monumentale. Ottimo anche il ritorno di Fiona Apple con “Fetch the Bolt Cutter”, un percorso artistico il suo che ad ogni nuova uscita porta più in là le possibilità della forma canzone. Splendido “Cenizas” di Nicolas Jaar, capace di esplorare via via nuovi territori: un’uscita che sicuramente vince a confronto del side project Against All Logic e del recente “2017-2019”, gustoso ma non all’altezza del capitolo precedente, e soprattutto del più recente e meno a fuoco “Telas”. Anche “The Universe Inside” degli inossidabili The Dream Syndicate è un gran bel viaggione da ricordare, così come i territori esplorati dagli altrettanto inossidabili Autechre in “SIGN”. In pillole per questo 2020, colpiscono “Consultant” dei Landowner (Minutemen e Fugazi le coordinate), “Mente” di Thiago Nassif (Arto Lindsay in cabina di regia), “Names of North End Women” di Lee Ranaldo, la raccolta degli Sleaford Mods “All that glue” (e son curioso di ascoltare la nuova uscita del duo) e, per rimanere in Italia, tacendo per conflitto di interessi sulle uscite pubblicate da Bloody Sound Fucktory o promosse da Peyote Press, da ricordare “ILLMATRIX” dei romani Rainbow Island, incubo traslucido anch’esso recensito a suo tempo su Micronesia.

Recuperi illustri, in ordine cronologico (di uscita, non di scoperta): tasselli di Nico che mi mancavano. I primissimi Swans (complice la visione di “Where does a body end?”), alcuni allucinati album dei Flaming Lips anni Ottanta, i Mission of Burma. La scoperta del toccante Jason Molina (e moniker vari). Un nuovo viaggio di nozze con i Lightning Bolt. E nuovi, interessanti e assolutamente disparati incontri: Vanishing Twin, Altin Gut, DJ Khalab, Viagra Boys (che estate che abbiamo passato insieme!).

 

VISIONI

Il ragionamento di cui sopra per la musica vale ancor di più per le visioni dell’ultimo anno, caratterizzato da una forte contrazione di produzioni e uscite. Cosa che mi ha portato, ancora più che negli anni precedenti, a pescare dal passato. E volentieri, visto che il pianeta cinema tende sempre più a traslare dalla dimensione sala (cinematografica) alla dimensione sala (di casa), dove Netflix, Prime e compagnia la fanno da padroni con produzioni sempre più orientate al consenso e alla presa sensazionalistica dello spettatore, più che a produrre arte e contenuti capaci di far crescere e pensare. Poche pertanto le visioni recenti e zero le serie TV, o quasi (in corso, dopo mesi di astinenza, la visione della produzione spagnola “La Barriera” di Daniel Écija, in inquietante assonanza con i tempi che corrono). Da ricordare sicuramente il buon “Undine” del tedesco Christian Petzold e l’italiano “Favolacce” dei fratelli D’Innocenzo, un condensato di male contemporaneo che mi ha spinto a vedere anche l’esordio dei giovani registi, “La terra dell’abbastanza”, quasi altrettanto convincente. Dall’anno precedente (2019) ho invece recuperato l’ultimo Maresco “La mafia non è più quella di una volta”, improbabile e altrettanto mostruoso sequel di “Belluscone”, creatura incatalogabile e fantastica; il già citato “Where does a body end?”, documentario di ottima fattura a cura di Marco Porsia su Michael Gira e i suoi Swans, e “A Hidden Life” di Terrence Malick, una visione illuminante di questi tempi.

E poi tante lacune colmate, dal passato più recente all’inizio del secolo scorso, in rapida carrellata e in ordine assolutamente sparso: “Dancer in the Dark” di Von Trier, “Fuga in Francia” di Mario Soldati, “Burning” di Lee Chang-dong, “Bella e perduta” di Pietro Marcello, “The Other Side” di Roberto Minervini, “La principessa delle ostriche” di Lubitsch, “Stranger than paradise” di Jarmusch.

Tiro fuori dalla carrellata, per rispetto assoluto, Werner Herzog, del quale prima di quest’anno avevo visto davvero poco e di cui ho recuperato molto della prima parte della sua sterminata filmografia: top visti nell’anno “Fitzcarraldo”, “Segni di vita”, “L’enigma di Kaspar Hauser” e “La Soufriere”. Manca ancora molto, tempo al tempo. Ma a vincere a mani basse il mio 2020 in cinema è il monumentale “Heimat” di Edgar Reisz, non una serie, non un singolo film ma ben undici capitoli per oltre dieci ore di durata che attraversano un secolo di storia tedesca, dalla fine della Grande Guerra all’inizio degli Anni Ottanta. La storia, quella con la S maiuscola e quella di un piccolo paese e di una famiglia, il bene e il male, inscindibili componenti dell’animo umano, una sapienza registica ben sopra la media e una visione capace di farti entrare in risonanza con i personaggi che la abitano, con i quali ben presto si diventa conoscenti, amici, fratelli. Ben altre parole sarebbero da spendere per questo tassello della storia del cinema, e ci riserviamo di farlo presto. Un’alternativa ben più salutare dell’overdose di serie TV a cui si sottomette una buona fetta di spettatori, cinefili e non: ve la prescrivo, e per quanto mi riguarda mi aspetta per questo inizio 2021 la visione di “Heimat 2”, che alza ancora di più la posta in gioco.

 

LETTURE

Tra i piacevoli effetti collaterali di quest’anno – caratterizzato da clausure imposte e dal maggior tempo libero derivante dallo smart working – son da menzionare le letture aumentate rispetto agli anni precedenti, l’attività più efficace per tenere la rotta dritta in questi tempi bui e il cervello acceso, senza abbandonarsi a social e informazione spicciola, spesso più interessata che interessante. In larga misura non pubblicazioni recenti.

Sul fronte saggistica una sfilza di antidoti per i tempi che corrono – “La Banalità del Male” della Arendt, “Sorvegliare e Punire” di Foucault, “Homo Sacer” di Giorgio Agamben – e utili mappe per leggere passato (“Sapiens” di Yuval Noah Harari), presente (“Shock politics” di Naomi Klein) e futuro (“Homo Deus”, sempre Harari). Per quanto riguarda la narrativa italiana, illustri recuperi con Luciano Bianciardi (“La vita agra” su tutti), Cesare Pavese (una lunga primavera insieme, da “La luna e i falò” a “La bella estate”, da “La casa in collina” a “La spiaggia”), Gianni Celati (nuovi tasselli di una ricca bibliografia con “Narratori delle pianure” e il saggio letterario “Narrative in fuga”, portatore di nuovi spunti di ricerca) e Mario Soldati: un avvicinamento “enologico” a quest’ultimo poliedrico autore, iniziato con “Vino al vino” e proseguito con la lettura di altre sue opere di narrativa, “America primo amore” e “Un sorso di Gattinara”) e con la visione di diversi suoi film. Abbiamo parlato di vino, è d’obbligo menzionare allora il recupero de “Il ghiottone errante” di Paolo Monelli, come “Vino al vino” una finestra sull’Italia del passato e sulle piccole cose di ogni giorno, e la lettura di “Come vignaioli alla fine dell’estate” di Corrado Dottori, titolare de La Distesa di Cupramontana e tra i principali portavoce nazionali di un approccio veramente naturale alla viticoltura e al vino, degna prosecuzione di “Non è il vino dell’enologo”. E di vini naturali – ma ci spostiamo in Francia – e di fumetto si parla nella graphic novel “Gli ignoranti” di Etienne Davodeau, consigliatissimo.

Ma mettiamo da parte il vino. Ultima menzione italiana per quest’anno è “Ipotesi di una sconfitta” di Giorgio Falco – autore tra i più interessanti nell’attuale panorama letterario italiano – un amaro e disilluso racconto di una vita e della nazione in cui viviamo. Per la letteratura straniera memorabile “Il commesso” dello statunitense di origini ebraiche Bernard Malamud, frizzante l’ultimo “Purity” di Jonathan Franzen (ma non siamo ai livelli di “Le correzioni” o “Libertà”), a suo modo – cervelloticamente, dunque – spassoso “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace e infine capace di far sognare “Giorni selvaggi” di William Finnegan, premio pulitzer 2016 per la sua autobiografia legata al mondo del surf. Elettrizzante.