2020 e 2020, parte seconda

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INTRODUZIONE

Questo 2020 è stato un anno che la Storia, semmai ne sopravviva una nel completo senso del termine, ricorderà come un anno di trasformazioni. Andando al di là dello svolgersi di una pandemia, l’attuale anno trascorso ha mostrato grandi cambiamenti, alcuni già da molto in atto, altri palesatisi allo stato attuale.

Da tempo viviamo infatti una umanità che progressivamente si distacca dalla sua corporeità, dal contatto diretto ed intimo con le cose e con le alterità. Da tempo sistemi sovraordinati (a partire dalla burocrazia labirintica, passando per le carrieristiche gerarchie istituzionali, giungendo alle indirette reti di comunicazione digitali e terminando nella tendenza all’isolamento) sostituiscono quelle che una volta erano “semplicemente delle vite”. L’individualismo, l’atomismo sociale, lo svolgere esistenze sostanzialmente separate, diventerà una abitudine, uno standard di normalità.

Non volendo fare degli elenchi di letture visioni e ascolti del mio 2020, vorrei seguire un percorso narrativo basato non tanto su scoperte “fresche” ma sulle scoperte più “archeologiche” che hanno dipinto il mio 2020. Un 2020 lontano da affetti e da abbracci, che ha allontanato gli amici e avvicinato le inquietudini, che ha privato le vite di tutte quelle dinamiche che essenzialmente sono (o più probabilmente erano) la vita stessa: le persone, le avventure, i rischi, il poter respirare la natura, il saper affrontare le insidie e accettare le fatalità; la pelle, il calore e i sentimenti. Tutto ciò ha però di contrappasso fatto risaltare per contrasto colori risplendenti, là dove la vita ancora si svolge non completamente in bianco e nero.

Vorrei partire da una lettura, quella de “L’uomo senza qualità”, romanzo classico del 1931 ambientato nell’Austria dei primi ‘900, di Robert Musil, passando per una visione, quella delle tre “saghe” di “Heimat”, film tedesco diretto da Edgar Reitz, cominciato nel 1979, i cui tre capitoli sono a loro volta suddivisi relativamente in undici, tredici e sei film, per una durata complessiva di circa 59 ore. Il tutto narra la storia della famiglia Simon a partire dai primissimi ‘900 fino alle soglie del nuovo millennio, ritratto dunque di una famiglia e di una nazione. Concluderei poi con un ascolto: il disco di Robert Wyatt “Rock Bottom” del 1974, realizzato all’indomani di un incidente che rese l’artista definitivamente paralizzato alle gambe.

Nb. Sottolineo dunque che quanto segue non rappresenta una “recensione” delle opere suddette, quanto una narrazione che “utilizza” tali opere come materiale liquido. Come uno scorrere multiplo che genera un fluire terzo. Somma di forme che ne genera una nuova. Non vi è dunque pretesa di esaustività né tanto meno di oggettività nella trattazione delle singole. (Non vi sono poi quelli che oggi si definirebbero: spoiler.)

 

PARTE I – L’UOMO SENZA QUALITÀ di Robert Musil

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Nb. Tutte le citazioni si richiamano alla edizione Einaudi del 1957, traduzione di Anita Rho.

«Dicono tutti in Consiglio che la nostra epoca sta acquistando uno spirito nuovo. E questo spirito nuovo non dovrà contenere molti pensieri. Anche i sentimenti adesso son fuori tempo. Pensieri e sentimenti sono piuttosto per la gente che non ha niente da fare. In una parola, questo è lo spirito dell’azione. Ma qualche volta mi domando se non è semplicemente lo spirito militarista.» (p.754)

“L’uomo senza qualità” si svolge in quel periodo dei primi ‘900 individuato da molti come momento di volta nel consolidamento di certi stili di vita e obiettivi, periodo in cui si fortifica un certo tipo di concetto di civiltà fondata sul benessere, un certo concetto di scienza legato alle nuove tecniche e una visione improntata all’imperativo del progresso e della prassi. Una riflessione su una umanità che tende alla distruzione delle vaste e non razionalizzabili possibilità dell’accadere (Geshehen) e che contemporaneamente dissolve però anche la razionalità stessa, rendendola vuota pratica, sottoposta a gerarchie socio-economiche e al funzionalismo (se funziona va bene, se sia giusto non ci riguarda).

Ulrich, protagonista del romanzo ed altr’ego dello stesso Musil, è un giovane esponente della nuova borghesia rampante e scientifica. Un protagonista percipiente in se un qualcosa che lo porta ad interrogarsi. Lo scontro che si svolge in Ulrich è lo scontro che si svolge nello stesso autore e in molti: una lotta tra razionale ed irrazionale, tra mondo del dominio scientifico e mondo dell’ispirazione mistica.

L’ironia permea il romanzo, dove l’autore si fa spesso sottilmente beffa degli stereotipi sociali, degli atteggiamenti morali pre-impacchettati, delle moderne e spesso ridicole nuove personalità che si affacciano sul mondo. Teatranti interpretanti un ruolo sulla scena.
La componente riflessiva e saggistica del romanzo è dominante, tanto che se si dovesse ridurre la trama alle sole azioni esteriori il tutto diverrebbe molto breve. Gli eventi diventano infatti come fantasmi della reale componente del romanzo, quella riflessiva.

«La storia di questo romanzo viene a dire che la storia che in esso si doveva raccontare non viene raccontata» (dagli appunti di Robert Musil)

Lo stile è veicolo del contenuto, dove la decantata prassi diventa insignificante e la riflessione dominante. Critica alla pretesa contemporanea di declassare il pensiero, critica ad un presente appiattito su una prassi che non porta mai nulla: più i personaggi caldeggiano il primato dell’azione, la necessità di velocità, più gli accadimenti si rivelano nulli e insignificanti. Simbolo dei tempi moderni, dove più si fa più nulla accade. L’azione che non affonda profondamente le sue radici nel pensiero e nel sentimento, diventa infatti nulla.

Musil mette in scena una società immobile che declama movimento, dove tutte le cose reiterano se stesse, barricate in una idea fallace di progresso. Ed è così che «la vita si faceva sempre più monotona e impersonale. In tutti gli svaghi, impressioni, diporti, e perfino nelle passioni penetrava qualcosa di stereotipo, di meccanico, di statico, di fatto in serie. La volontà di vivere diventa larga e piatta come un fiume che esita davanti alla foce.» (p. 1054)

L’autore, non rinnegando il beneficio del pensiero logico scientifico, critica però le basi di una razionalità scientifica che si barrica entro schematismi rigidi, divenendo versione ignorante di se stessa. L’avvento di un pensiero tecnico-scientifico arrogante, tutt’uno con le dinamiche del profitto, dell’accumulo e della formalità.

Il protagonista del romanzo vive questa spaccatura in maniera consapevole: «la sua massima dedizione alla scienza non aveva mai potuto fargli dimenticare che la bellezza e la bontà degli uomini derivano da ciò che essi credono e non da ciò che essi sanno. […] Oggi si tratta dunque di ricostruire quel legame. L’arte di elevarsi sopra il sapere deve essere di nuovo coltivata. […] Non l’ignoranza credula, ma piuttosto l’intuizione consapevole, qualcosa che non è né scienza né immaginazione».

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Musil si burla della pretesa tecnica volta al classificare ogni cosa. Il nostro sapere positivo che ritiene di chiarire l’ordine insito nella realtà finisce con l’imprimere al mondo la sua idea di ordine. Rendendo monotona e banale l’infinita meraviglia della vita. Così la voglia di vivere diventa appunto “larga e piatta” e si blocca di fronte una mera sopravvivenza fine a se stessa.

«Ciò che oggi si chiama ancora destino personale sarà sostituito da eventi collettivi e interpretabili» (p.699), il controllo sulla vita diventa lentamente più importante del vivere stesso.

Ulrich pur rimanendo vicino ad un ottica scientifico-razionale non può non vedere il trascendente filtrare ovunque tra le fessure lasciate aperte dall’immanente. Laddove razionale ed irrazionale si manifestano come due facce della stessa medaglia: è giungendo ai limiti del razionale che per differenza intuiamo l’immateriale.

Simbolo dell’indeterminatezza umana il protagonista non dà dunque sicurezze, in opposizione agli arroganti tempi moderni, i quali pretenderebbero di dominare l’intero reale dimenticandosi però dell’essenziale, delle piccole importanze quotidiane. Cosicché «per l’anima moderna che sorvola come niente fosse oceani e continenti nulla è tanto impossibile quanto trovar contatto con le anime che abitano dietro la cantonata» (p.212). A cosa dunque serve tutto questo progresso?

Questo forse l’autentico paradosso della civiltà. Dove il mondo della tecnica vede solo ciò che ritiene di spiegare oggettivamente e tutto il resto va perso. Si finisce con ridurre l’importante a solamente ciò che possiamo, illusoriamente, controllare, inseguendo una presunta verità e senza capire che «l’intuizione è uno stato più fervido che la verità».
Il percorso di Ulrich nasce così da una volontà di riconquista dell’incanto perduto.

Musil ci mette di fronte al silenzio della natura, al silenzio dello spirito, al silenzio dei sentimenti che rifuggendo ogni spiegazione oggettiva sono però la più alta, seppur inspiegabile, forma umana, “giacché il linguaggio dell’amore è un linguaggio segreto, e nella sua più alta perfezione è muto come un abbraccio.” (p.1069). Tutto ciò che di più pregnante vive l’uomo non si dà alla scienza e alle formule.

La spiritualità diventa sciocca e l’uomo moderno «fa questa impressione, ch’egli porti la sua anima nella tasca interna della giacca come un portafogli» (p.782). I sentimenti divengono secondari. Le riflessioni devono essere pragmatiche. Cosi l’etica e tutti i suoi dilemmi si riducono ad una «morale da imprenditore del nostro tempo», «solo un mezzo per un fine» (p.716). Una facciata di comodo che tutti si adopera senza esserne consapevoli. Decantiamo ideali che non realizziamo non appartenerci più.

«La nostra epoca già non vuol saperne di pensieri, chiede soltanto azioni. [Ciò] proviene unicamente dal fatto che non ha nulla da fare. Internamente, voglio dire. Ma alla fine anche esternamene ciascuno ripete per tutta la vita la stessa identica azione: entra in un area professionale e seguita per quella via. È così facile avere attività e così difficile cercare un senso alla propria attività! Pochissimi oggi lo capiscono (p.717)

Più le azioni vengono programmate con “certezza scientifica” e garanzia di conformità sociale, più il senso di queste si allontana da noi. Il risultato è un annaspare incerto che si maschera da certezza. Un senso di vuoto, di nostalgia e di sfiducia che caratterizza molti. La società del progresso in costante ascesa altro non è che un regime immobile e appiattito su stereotipi e false evidenze. Che ogni volta riproduce il sempre uguale e commette le stesse nefandezze. Che scansa la riflessione e la responsabilità personale.

«Il tempo presente è antifilosofico e vile; non ha il coraggio di decidere che cosa ha valore e che cosa non ne ha, e democrazia, per dirlo con la massima concisione, significa: “Fai quello che accade”. È uno dei più vergognosi circoli chiusi che sia stato finora nella storia» (p.807).

Tutto ciò perché «noi abbiamo trascurato le più alte possibilità della nostra vita, la sua immagine luminosa» (p. 888), e come smacco al mondo del razionalismo deviato, in Musil spesso “La comprensione cede il posto ad uno stupore inesauribile, e il più piccolo fatto diventa incomparabile, unico al mondo, ha una individualità insondabile che produce un profondo sbalordimento…” (p.1051). Cosi Ulrich vuole conquistare quello che definisce il “Regno Millenario”, riprendersi un luogo fuori dai luoghi e in tutti i luoghi, riprendersi un sentire autentico, conquistare un amore infinito e che si lancia verso tutto.

«Noi non udiamo più le voci interiori; oggi sappiamo troppo, e la ragione tiranneggia la nostra vita. […] (p.103)
Gli sembrò ignominioso essersi astenuto per tutta la vita dal ritornare alle proposizioni genuine di quel mistico linguaggio. […] (p.116)
Quelle frasi che gli parlavano al cuore con accento fraterno, con una indefinibile intimità morbida e oscura, opposta al tono imperativo del linguaggio scientifico e matematico – emergevano fra le sue occupazioni come isole non collegate, visitate di rado. Ma osservandole, gli pareva di sentire fra loro un legame, come se costituissero i resti di un continente scomparso nella preistoria.  […] (p.116)
Ulrich non meditava neppure su quei fenomeni, soltanto li accoglieva in sé. S’inabissava nel paesaggio, e nello stesso tempo ne era inesplicabilmente sorretto, e quando la vista del mondo lo sopraffaceva, il suo significato rifluiva dentro di lui in ondate silenziose. Era penetrato nel cuore del mondo. […] (p.118)
Tutti i problemi e gli avvenimenti della vita assumevano un’incomparabile mitezza, calma, duttilità, e nello stesso tempo un tutt’altro significato. Se ad esempio un insetto correva sulla mano del pensatore, quello non era un avvicinarsi, passare e allontanarsi, e non si trattava di insetto e d’uomo, ma di un avvenimento che commuoveva il cuore indescrivibilmente, anzi nemmeno di un avvenimento, ma di uno stato.» (p.119)

 

PARTE II – HEIMAT di Edgar Reitz

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Citando Musil: «Quel che dà vera felicità all’uomo non soggiace al progresso» (p.939).
E allora perché continuiamo, uomini, a rincorrere eternamente un fantasmatico avanzamento, una meta sempre destinata a farsi più in là in un continuum di mete che ne inaugurano altre? Cosa inseguiamo?
Traguardi dopo traguardi, obiettivi su obiettivi. Miraggi che inseguiamo per vederli scomparire. Desideri su desideri che affastelliamo illudendoci che la felicità corrisponda alla loro realizzazione, disperandoci poi nella comprensione dell’impossibilità consumistica di realizzarli tutti. Destinati all’insoddisfazione.
Perché inseguire la felicità come un obiettivo e non semplicemente realizzarla come una quotidianità? Basterebbe per un attimo fermarsi e, in questo mondo di capi chini ed indaffarati, costantemente impegnati a vincere sfide immersi in labirinti auto-edificati; alzare lo sguardo e limpidamente vedere.

Reitz ripercorre tutto il disincanto del mondo portato a termine da questo ‘900 veloce, tecnologico, progredito, civile, in constante moto e costantemente anaffettivo. Il mondo delle macchine.
Un ‘900 che altro non è che un continuo fuggire ed inseguire, una continua incapacità di fermarsi e semplicemente essere, sentire. Cosa vogliamo? Da cosa scappiamo?

Heimat è una parola tedesca che non ha corrispettivi nella lingua italiana, può significare “casa”, “luogo natio”, “patria”. Ciò che traspare è dunque un senso di appartenenza, il sentirsi originariamente parte di qualcosa, un qualcosa che si esprime tramite l’essere non un atomo abbandonato, ma un elemento che appartiene ad un conteso. Un elemento organico che respira in virtù di altri respiri, che “È” in virtù di altri “Essere”, dei quali facciamo parte nel loro essere parte di noi. Nel nostro essere parte del tutto.

Reitz ci narra l’epopea di individui che sono il nostro essere individui, separati e distaccati, che scappano ed inseguono ciò che non è una meta da raggiungere ma che dovrebbe essere semplicemente uno sguardo da riscoprire sul mondo, un sentire primigenio che batte, inavvertito.
È un incontro-scontro tra due realtà simboliche in antitesi, gli affetti e il caldo focolare da una parte, il progresso e la fredda civiltà dall’altro. Da un lato un uomo che diventa frammento insignificante nel mare immenso delle multiple labirintiche significanze vuote di senso, la velocità; dall’altro la bellezza dei luoghi del cuore, la bellezza della natura sempre innanzi a noi, la pregnanza degli affetti, la lentezza, la contemplazione che dà valore alle cose elevandole da un semplice “passare”.

«Credo che nei secoli passati gli uomini sapessero aspettare meglio.
Quando uno andava via impiegava molto tempo ad arrivare. Rivedersi era sempre una cosa incerta.
Le Madri, erano le Madri che restavano a casa ad aspettare. Anni, decenni, tutta la vita. Come mia madre.»

Heimat

Le madri; simbolo di una essere placido ed affettuoso, che attende, che non ha fretta. Un passato ormai antico, ricettacolo di vita. Queste madri che non sono più, queste famiglie che non sono, questi affetti che abbiamo perso. Tutto questo correre per scoprire che la meta altro non era che la partenza; il ritorno, simbolo di una abbraccio che giace sospeso, un abbraccio che “i figli” rifuggono per inseguire freddi fantasmi, figli che annaspano e soffrono, persi, abbandonati in un mondo che ha smarrito il suo incanto. Un mondo dove altro non facciamo che inseguire disperati quegli sprazzi di tenerezza da cui siamo fuggiti.
Più che domandarci cosa vogliamo dovremmo chiederci allora: cosa siamo in fondo?
Corriamo, conquistiamo, bramiamo, progrediamo, dominiamo, fabbrichiamo. Per cosa?
Fama, prestigio, successo, sicurezza, prassi: questi i vuoti ideali del mondo nuovo.
Perché conquistare se poi non si è in grado di vivere la meraviglia? Perché crearsi delle “sicurezze” se non si è in grado di ardere per gli affetti? Cosa ne è di tutta la civiltà, di tutto il progresso, di tutta questa nostra decantata scientificità esatta con cui ci approcciamo alla vita, se altro non fa che riprodurre esistenze infelici? E tutti i mali, tutto ciò che le vite personali e le vite collettive, sociali e politiche, hanno prodotto nei nostri infausti tempi si genera in ultima analisi da questo. Dove noi stessi continuiamo a reiterarci come spettatori e non fautori delle nostre medesime esistenze. Rassegnati.

Una sofferenza che autoriproduciamo, dove appunto la collettiva altro non è che lo specchio della personale. Una società che passa dallo spirito di rivalsa del dopo prima guerra ai “fasti” del nazismo, il quale ammalia (come lo stesso capitalismo) con promesse di progresso successo e comodità, per poi rivoltatosi nell’aberrante, sotto l’occhio di persone ignare che volevano semplicemente assecondare i tempi nella convinzione mai perita che il progresso e il benessere siano ciò che necessitiamo, passando per un dominio liberale che non differisce di sapore dallo stesso nazismo, dove vincitori e vinti finiscono sempre per assomigliarsi. La caduta di un dominio altro non fa che inaugurarne un altro nella reiterazione dello stesso identico schema di base che non ci accorgiamo rimanere invariato. Lo stesso nazismo troppo spesso dipinto come trionfo dell’irrazionale e svelato per essere null’altro che una delle più esatte forme del razionalismo moderno, tecnico e progredito, che continua, seppur in altre forme, a dominare indisturbato.

Dentro tutto questo gli spiriti umani, i quali non possono risplendere, in una natura che, pur non vista, continua essa a splendere in un cosmo meraviglioso e nascosto sotto la coltre spessa delle nostra sciocche non-volontà contemporanee.

Heimat Paul

Dopo aver perso l’incanto del mondo abbiamo perso anche noi stessi, l’incanto dei nostri sentimenti e del nostro spirito. Estranei alla natura, “Madre” rifuggita ed oggetto da dominare, l’uomo contemporaneo diviene estraneo anche a se stesso, pur convincendosi del contrario: l’essersi “fatto da solo”. Cosi l’individuo si illude di controllarsi totalmente, lo prende come dato di fatto e dimentica di essersi essenzialmente estraneo. Non si interroga più, reitera le sue azioni in base a convinzioni spacciate per certezze, annulla la sua possibilità di soggetto e diviene meccanismo. Cosicché oggi sappiamo che, come ci diceva Musil: «i grandi delitti non si compiono perché qualcuno li commette, ma perché noi lasciamo che si compiano» (p.884).
Il male si realizza come assecondamento dello status quo. Sia individualmente che socialmente.
Le preoccupazioni per l’uomo nuovo inaugurato col ‘900 sono l’avere una coscienza tranquilla, il sentirsi libero da responsabilità, il poter svolgere una vita comoda e “di successo”; in nome di ciò è in grado di assecondare ogni possibile nefandezza; purché ne resti all’oscuro. Inconsapevole che tali obiettivi possono solo annientarlo.

La nostra contemporaneità presuntuosa riproduce infelicità in serie. Siamo divenuti un fiume che ha il terrore di sfociare, uno scorrere arrogante che “sa tutto” ma non coglie più il senso di se stesso. Giungendo a rinnegare l’essenza di ciò che siamo: un meraviglioso e imprevedibile fluire, che chiede solo di fluire libero e follemente innamorato di tutto.

E il pianto dell’uomo diviene il pianto di un essere sordo alla bellezza che lo circonda. Un pianto che si infrange contro un freddo vetro, un pianto che non si sfoga, che non trova un giaciglio su cui posarsi. È un pianto cosmico. Il pianto di un essere umano disperso. Scollato dal mondo, dagli affetti e da se stesso. Un pianto che vorrebbe solo una spalla dove coricarsi, una spalla che non c’è. L’abbiamo scacciata. Tutti si annaspa nel tentativo di trovare una nuova prospettiva; senza accorgercene si continua a nuotare ad ampie bracciate verso il fondo.

Lucy

Scollati dalla nostra più profonda appartenenza non riusciamo a percepire più nessun luogo come “casa”, perciò ne andiamo in errante ricerca, senza saperlo. Cerchiamo chissà cosa, quando quel qual cosa ci sta costantemente in vista. Tutta una serie di preziosità, di cui ci accorgiamo solo nella mancanza. Presto anche questa però dimenticata nell’epoca caratterizzata dall’oblio. Un passato meraviglioso e misconosciuto che per questo lentamente non suscita neppure più nostalgia. Oblio è ciò che mangia in noi.
Celebrazioni vuote, sguardi spenti, sentimenti rattrappiti, ci si ritrova contratti in spasmi che inscenano la vita ma non lo sono più. Dove sono i volti cari? Wo ist die Liebe?

«A questo punto non posso fare a meno di dire qualcosa:
Anton, questo non te lo meritavi proprio. Non avresti voluto essere avvolto da questa specie di circolo pietoso. Dove sono i tuoi compagni? E dove è la musica per creare un’atmosfera solenne e per ricordarci che dobbiamo morire tutti? Dov’è il parroco? Lui che è responsabile di questa verità? Dove sono tutti quei moralisti ai quali tu hai sempre saputo dire cosa era giusto e sbagliato?
Eppure se io mi guardo attorno qui, se guardo quello che è rimasto… No!
E questa sarebbe la mia famiglia? Nessuno sa quello che è giusto.
Guarda, adesso ti infilano in un misero buco, in cui non sarebbero entrati neanche i tuoi stivali.
Anton, tu lo sai, la chimica fra noi non ha mai funzionato. Sin dall’infanzia la chimica non ha funzionato.
Ma adesso che ti hanno bruciato e disperso nel vento, all’improvviso, funziona.»

Malinconia per una amore perso, malinconia per una tenerezza lontana, per un essere genuino che abbiamo voluto abbattere, dimentichi di tutto: della vita e della morte che la compendia e ne dà senso, volenterosi solo nel voltare lo sguardo, inseguenti obiettivi puramente materiali; vili e tristi. Non sappiamo gioire né sappiamo struggerci.

Dimentichi del concetto stesso di radici, del concetto di genealogia e in generale della stessa storia, viviamo, come “i figli” in Heimat, una umanità che non vuol più saperne del proprio passato, che ripudia il “ricordo” e la “tradizione” rubricandole alla categoria di ciò che è superato.
Non interessa più da dove veniamo, non si vuol sapere nulla di Padri e di Madri; cancellati da una inutile battaglia contro i mulini a vento culminante nella dimenticanza di tutto quel percorso che “È” l’essere umano. Queste Madri mai comprese ma solamente ripudiate, simbolo di una umanità che vuol dominare tutto senza mai domandarsi cosa siamo né da dove veniamo. Come se tutto ciò che giace alle nostre spalle possa non far già parte di noi. Oggi viviamo “la società del futuro”, talmente impegnata a rispecchiarsi narcisisticamente su se stessa da dimenticare tutto il resto. Ma cosa succede quando “il futuro finisce”?

Bara

Cosa è oggi l’umanità? È una vecchia bara abbandonata sotto la pioggia, è un aereo che si schianta su di una scogliera, è un giovane che da quella scogliera si getta, è un pianto che si infrange su di un gelido vetro, è lo sconquasso delle bombe che deflagrano su di un pianoforte che suona impotente, è i resti di una casa che non c’è più, è una barca abbandonata nel mezzo del lago, è un corpo trascinato via da un tram, è la violenza delle pistole e lo sguardo vuoto della disillusione, è un magnifico progetto poi abbandonato, è una galleria d’arte lasciata cementare sotto terra, è una fuga dagli affetti, è un circense  dallo sguardo malinconico, è una madre abbandonata. Sono gli occhi azzurri; bellissimi, bagnati e disperati di Lucie.

Dove sei tu consolazione? Dove sei tu madre, affinché io possa bagnare con le mie lacrime il tuo ventre? Dove sei tu tenerezza, che accogli in te la tragedia donando redenzione? Dove sei tu Madre? Dove sei tu Amore, da cui inseguendoti rifuggiamo?

hermännchen

Eppure il mondo là fuori rispende, la bellezza vive, la meraviglia dirompe in ogni microscopica magnificenza. Basterebbe solo uscire ed ascoltare con nuove orecchie, alzare il capo ornato di nuovi occhi, guardare il cielo e riscoprire il cosmo, nostra terra, nostra Heimat. Smettere di fuggire.

Cosa sarebbe dunque l’umanità? Sarebbe un lungo e appassionato viaggio verso casa, sarebbe il dolce abbraccio che si ritrova, sarebbe anelito al cielo, sarebbe la fuga che si arresta e finalmente giace, sarebbe il sorriso di una figlia, il dolce suonare che ne carenza il sonno, sarebbe una stanza di luce dove gli spiriti sorridono, sarebbe la fine del desiderio e la scoperta della tenerezza, una splendente luna che irradia la meraviglia. Das Liebe.

Hermann_Moon

«Secondo me questo è il momento in cui il tempo dovrebbe fermarsi. Tutto quello che abbiamo costruito dovrebbe restare così: la nuova strada là fuori, e questa nostra nuova vita. Dovrebbe rimanere così per sempre, e non dovremmo desiderare niente di più, e che tutti stiano bene, tutti quelli che conosciamo

 

PARTE III – Rock Bottom di Robert Wyatt

Rock Bottom

Il primo Giugno 1973 Robert Wyatt, già batterista della storica band Soft Machine, cade dal quarto piano di un palazzo dove si stava svolgendo la festa di compleanno di Gilli Smyth, cantante dei Gong, rompendosi la spina dorsale. Da quel giorno Wyatt, che aveva già realizzato molti album con i Soft Machine e dato avvio al suo progetto solista, sarà costretto su una sedia a rotelle. Nonostante ciò l’anno successivo, 1974, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale Wyatt lavora e realizza quello che è considerato il suo capolavoro: “Rock Bottom”, dando poi avvio ad una delle carriere musicalmente più ricche e produttive di sempre.

Robert Wyatt, di suo già una figura sfuggente agli standard della notorietà, appartenente (seppur vicino all’outsider) alla scena progressive di Canterbury, è artefice di una musica che banalmente potrebbe oggi definirsi “complessa” e dunque lontana dai quei fasti che permettono ad un musicista, tramite la tranquillità, di avviare un solido percorso musicale. A seguito del suo incidente è forte la paura che una tale personalità possa definitivamente eclissarsi, scomparire del tutto dai radar nei quali era apparso fino a quel momento di già come un punto appena luminoso. Wyatt trova invece nuova vita.

«Vedo l’incidente come una linea di netta demarcazione tra la mia adolescenza e il resto della mia vita»

Dopo l’incidente il musicista passa ben otto mesi in ospedale per le cure e la riabilitazione, di cui tre completamente immobilizzato su di un letto. Mesi di sofferenza, di un recupero faticoso in seguito ad un incidente che lo voleva, forse, già morto.

Robert & Alfie Hospital

«Ho passato tre mesi sdraiato sulla schiena, guardando il soffitto di un surreale dormitorio pubblico tra altri venti le cui vite erano cambiate radicalmente in una frazione di secondo; vittime di cattiva guida, incidenti sul lavoro, un errore di valutazione su un trampolino elastico, una fuga sbagliata durante un furto con scasso. Dovevamo pensare tutti al nostro futuro.»

In quei mesi Wyatt ha modo di riflettere molto, realizza anzitutto che la batteria, tanto amata, non potrà più essere sua compagna, ma nel frattempo la sua mente non si arrende, tutt’altro. Comincia a sperare, comincia a trasformare quella tragedia, comincia anzi quasi ad apprezzare quella tragedia come una sorta di scossa elettrica, una rivoluzione esistenziale. Forse quei letti vicino al suo lo mettono in qualche modo in comunicazione, uniscono la sua tragedia alle altre tragedie. A tutte le ineludibili tragedie che uniscono tutti gli esseri umani in un tutto che dalle lacrime trae vita. A tutte quegli sprazzi di esistenza disperata che oggi vorremmo sempre fuggire barricandoci nella “sicurezza” tanto decantata, facendo finta che non esistano, voltandoci di là, lasciandoci così alla disperazione più totale quando l’indecifrabile loro vista ormai impegna tutto il nostro pallido sguardo, quando voltarsi altrove ormai non è possibile. La vita colpisce; unico modo di vivere è comprendere che si tratta appunto di essere colpiti. Così Wyatt non volge lo sguardo, Wyatt guarda fisso, sente i suoi vicini come compagni, sente il dolore comune come una forza di propulsione. Come la stessa energia che muove la magnificenza di ogni essere vivente.

«Sono venuto a patti con il fatto che non ero più un batterista e che andare in tour sarebbe stato molto problematico. […]  Avrei dovuto concentrarmi sulla registrazione e avrei dovuto cantare di più.
La perdita delle gambe potrebbe darmi un nuovo tipo di libertà.»

Già su quel letto Wyatt allora crea e comincia ad affastellare, basandosi su quando aveva già cominciato ad abbozzare prima dell’incidente. Il destino infausto non lo abbatte, gli eventi non lo portano alla passività, accetta la tragedia, accetta che accadano e che possano accadere al di fuori della nostra volontà di pervasivo controllo, accetta di viverla e spremerla fino in fondo per ricavarne il meglio. Comincia a prendere vita “Rock Bottom”. Un disco meraviglioso che diventerà un pilastro nella storia della musica e che mostrerà al mondo il volto luminoso di un nuovo Robert Wyatt.

Robert Smile

«Tra visitatori, operazioni e trambusto dell’ospedale, ho iniziato a pensare alla musica che stavo preparando in un modo diverso. Alla fine di tre mesi, mi è stata data la mia sedia a rotelle e ho scoperto un vecchio pianoforte nella stanza dei visitatori. Ho svolto il più spesso possibile le attività che le persone appena paralizzate ricevono come terapia, scappando al pianoforte, ogni volta che la stanza era libera, per sviluppare le canzoni che avevo iniziato.»

Ma tutta la storia non sarebbe completa senza Alfie (Alfreda Benge), figura imprescindibile dal comprendere lo stesso Robert. Alfreda che affianca il compagno lungo tutta la sua carriera. Ne fa da nuova “spina dorsale”, è la figura che lo sorregge e lo compendia. È il ventre amorevole e compassionevole.
Alfie, oltre che fondamentale “spirito guida”, collabora poi a testi e musica, realizza alcuni Art ed è sempre al fianco di Robert. Fu lei a regalargli nel ‘73 una «piccola tastiera con un particolare vibrato» che sicuramene contribuì a lanciare Wyatt nelle impalcature armoniche che dopo l’incidente caratterizzeranno il suo sound. Fu lei che si preoccupò, dopo il ricovero, di rimediare strumentazione e uno spazio dove poter suonare e finire a comporre, fu lei, sempre.

Alfie rappresenta quel sostrato oggettivamente inafferrabile e inesprimibile, ma al contempo indispensabile e dirompente, del mondo del sentimento. Quel mondo da cui come uomini non possiamo prescindere. Quel mondo che aprendoci all’alterità ci dischiude le infinite possibilità della tenerezza. Ci è oggi infatti impossibile immaginare un Robert senza una Alfie. Ci è impossibile pensare a tutto quello che Wyatt è stato se, con lui, non fosse stata Alfreda. Spesso al suo fianco nelle foto, sorridenti. Complici. I cui sguardi si incrociano.
Rock Bottom, seppur nascostamente, è pregno di Alfie e grazie a ciò trasuda tenerezza in ogni sua nota.

Robert & Alfie Smiling

Il 26 Luglio 1974 Robert e Alfie si sposano. Lo stesso giorno esce Rock Bottom.
«I married Alfie, and we lived happily even after»

“Rock Bottom” è un disco fuori dai canoni, sia per Wyatt stesso, dove ha forse giusto un paio di veri precedenti – “Moon in June” realizzata coi Soft Machine e “O Caroline” – sia per la scena di cui il musicista faceva parte, sia per il rock in generale.
I musicisti che vi compaiono sono plurimi, le collaborazioni per la realizzazione moltissime. Intorno a Wyatt si attiva una pulsazione molteplice di cuori che si sincronizzano su di una armonia condivisa, che sembra quasi di toccare con mano nell’ascolto del disco.
Le canzoni scorrono lievi, dei liquidi, dove le tastiere e la voce di Robert la fanno da padrone, con delle linee canore dolci e malinconiche, pregne di una immensa tenerezza. Wyatt a tratti sussurra a tratti vocalizza a tratti dipana fraseggi soavi.

«Il disco nasce all’ insegna di una ricerca interiore, di un’immersione negli abissi del proprio io. C’è come un respiro, una medesima pulsazione vitale, che anima tutti i brani, come esalante da una massa organica di sentimenti.» – Piero Scaruffi

I brani danno infatti la sensazione di un moto armonico di pneuma. Un distendersi e contrarsi in maniera sospesa. Ogni respiro ne chiama un altro, dove sul punto massimo dell’espirazione un fugace attimo di sospensione ricade nella leggerezza dell’aria a cui si unisce e da cui poi attinge. Siamo oltre le sfere celesti, vaghiamo in lidi paradisiaci e meravigliosi seppur ampiamente viventi sul piano di una ineludibile, ma stupenda, melanconia. È la malinconia verso una bellezza che si avverte facente parte di un mondo antico, ma che ci glorifica del piacere di poterla ancora vivere, sempre presente seppur velata. Che anima gli spiriti e nutre i sentimenti. È una bellezza che anzi si nutre di questa stessa tristezza di perdita. Che nasce dalla consapevolezza della tragedia.

Robert Trumpet

La voce di Wyatt richiama una malinconia ancestrale ma serena, una malinconia accompagnata da un sorriso favolistico che ci sorregge e ci sussurra all’orecchio la bellezza che era e che in qualche modo sempre è. Basta vederla, basta volerla vedere. Cosi le vibrazioni elevano, impennano improvvisamente e salgono fin su dove si hanno le vertigini, delle bellissime vertigini celesti in cui tutto diventa soffice e nel vuoto ci sentiamo sorretti da un qualcosa che sa di meraviglioso.
La consapevolezza di perdita che crea accettazione. Crea accettazione verso la natura e verso la tragedia, crea pianto salvifico che porta ad abbracciare la vita invece che rinnegarla, ad accettarla con le sue meravigliose imprevedibilità, con le sue meravigliose insicurezze, con le sue meravigliose contraddittorietà, con la sua meravigliosa incontrollabilità. Amare la vita per amore, non per sopravvivenza. E amarla immersi nell’alterità, immergersi nel ventre di Alfie, immergersi nelle note battute da multiple dita, nelle idee maturate da molte menti, nel sentimento che nasce da una somma di sentimenti che toccandosi si uniscono.

Non importa che tu sia caduto dalla finestra del quarto piano, che abbia passato infinite tragedie, che abbia vissuto infinite paure, che sia stato bombardato da insicurezze e false certezze, che ti senta destabilizzato ed impaurito, non importa quello che il mondo d’oggi vorrebbe costringerci ad abbandonare.
La vita è lì, la bellezza è lì, la tenerezza è li. Bisogna volerla. Genuinamente. Senza filtri. Senza paura. Immergendosi nel cosmo e nell’altro.

Robert Wyatt Photo

«La tua follia si adatta perfettamente alla mia.
La tua pazzia si adatta perfettamente alla mia.
Prettamente mia.

Non siamo soli»

 

CONCLUSIONE


«Tutto quel che mi accade di importante, tutto quel che conferisce alla mia vita il suo contenuto meraviglioso – l’incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel bisogno, il chiaro di luna, una gita in barca sul mare, la gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza – tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente.
La mia vita non è qualcosa che si debba misurare. Né il salto del capriolo né il sorgere del sole sono delle prestazioni. E nemmeno una vita umana è una prestazione.
Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d’appoggio tanto precari.
Questa è la mia consolazione. Le cadute nella disperazione saranno molte e profonde, ma il ricordo del miracolo della liberazione mi sostiene come un’ala verso una meta vertiginosa.»

– Stig Dagerman

 


 

«Hear me sing
Swim to me
Swim to me
Let me enfold you.
Here I am
Here I am
Waiting to hold you
»

– Tim Buckley

 



Depongo qui questo scritto a mo’ di lascito e requiem.
Consapevole della sua troppa lunghezza, consapevole della sua intrinseca inattualità.
Di fronte un mondo che è un sentire spaccato.
Lo lascio per i reduci. I reduci di un armonia vitale divenuta, aimè, archeologia.


– Tommaso Palmieri, Jesi, Febbraio 2021 –