Above The Tree “King Above”

King Above

2020, Pitg, Hukot, Krim Kramz, Sub Post
Blue tape, edizione limitata a 100 copie numerate

Torna Marco Bernacchia dopo un silenzio discografico di qualche anno: un’era, considerando la prolificità del musicista senigalliese. Dopo la caleidoscopica esperienza in versione trio con il Drum Ensemble Du Beat, un cambio di rotta importante: c’è poco del vecchio Above The Tree, che ci aveva già abituato a molteplici dimensioni del suo sound – in solo e ultra lo-fi, in chiave elettronica e con una produzione più curata con E-Side, o arricchito di ritmi tribali e tinte etno/world music – mille forme in cui era comunque possibile ritrovare un denominatore comune nel suo inconfondibile stile chitarristico. Qui trova innanzitutto uno spazio rilevante l’esperienza Virtual Forest, ma si va oltre: è come se le nenie di ieri fossero state risucchiate da un buco nero che sputa fuori scampoli trasfigurati, atterrati chissà dove. C’è meno colore e calore, c’è più grigio, più malinconia. Meno caleidoscopica psichedelia e più atmosfere sci-fi, meno slide guitar e loop station e più elettronica ambient e cut-ups.

Alla breve overture di Welcome To Me, che fonde stridii elettronici, Fuck Buttons e litanie di antichi imperi cinesi fa seguito il western post-apocalittico di Windows Soul e King Above – che ospitano la voce spettrale di Francesca Amati dei Comaneci, sorta di assistente digitale di un dispositivo elettronico andato in crash – con la chitarra di Bernacchia che lenta, apatica, resiste in mezzo a un freddo vento elettronico. Si succedono poi il droning cupo di Falling Empire, il banjo sintetico di Dreaming Horse e Build Your Heaven, capace di confondere ancor più le coordinate – siamo in Africa, nel sud degli States, in una Cina di millenni addietro o in nessun posto? – e gli scarni arpeggi di chitarra diluiti nell’etere di The Farm Of Life, con un suono che si sfilaccia, si trasfigura e si ricompone in forme inedite come colore nella corrente. Episodi come Invisible Castle In A Room, Invasion From All Around e Sentinels sono puro Blade Runner, e non sfigurerebbero sul catalogo Not Not Fun. Merci On Us rielabora un brano dei Father Murphy e fonde le atmosfere cupe dei primi con scampoli del guitarism di Bernacchia, prima che il tutto si annulli in un’estasi immaginifica. Slide Empire è forse il brano più compiuto del lotto, con la slide guitar in salsa western e atmosfere sci-fi che si bilanciano e supportano a vicenda, insperata quadratura del tesseratto e indizio per possibili sviluppi futuri nel sound di Above The Tree, prima che il field recording e il ritorno alla natura di Tribute To The End confondano per l’ennesima volta le coordinate. Non è lecito sapere dove siamo andati, e dove si andrà.

Per un disco assemblato nel tempo – tra il 2016 e il 2019 – e nello spazio – registrato in studio a Barcellona e nel cuneese, dal vivo tra Kiev, Parigi, Budapest e Berlino – è normale che traspaia una qualche mancanza di organicità. Molti i momenti brevi, alcuni dei quali concorrono forse in misura minore a definire il senso dell’opera. Il ritorno di Bernacchia è comunque un ricco ed interessante disco di transizione – ma non è forse una continua transizione la sua intera discografia? – verso nuovi, inesplorati territori musicali.