Ariaferma (Leonardo di Costanzo, 2021)

Ariaferma_Poster

Quale è il confine tra il “noi” e il “loro”, quale è il confine tra il “me” e il “te”? Carcerato e carceriere non appartengono forse alla medesima prigione? Una prigione sospesa, permeata appunto di aria ferma, con un mondo fuori su cui ci si affaccia appena e che appare un luogo ormai selvaggio e oscuro, che non possiamo più abitare, che ci crea un vuoto intorno, spettrale come il vuoto interno.

In questi spazi che abitiamo, che ci imprigionano, dove il “me” e il “te” costantemente si definiscono perentoriamente come se non dipendessero l’uno dall’altro, come non fossero parte della stessa anima che vive ormai lo stesso non-tempo, lo stesso non-spazio. Perché questo è Ariaferma, non-tempo e non-spazio. E Di Costanzo ci obbliga al coinvolgimento, ci porta in quel carcere, ci mette lì, in mezzo a quell’aria ferma. E cosa siamo noi? Non siamo forse tutti pedine che subiscono la violenza dei meccanismi del sistema che sempre divide, pone paletti, crea dinamiche sociali divisive a cui soccombiamo e che accettiamo riproducendole?

Si creano vittime e carnefici di volta in volta mutevoli, si creano buoni e cattivi tramite dinamiche arbitrarie, si relega il perdono e la compassione ad attimi di debolezza, debolezza che paventa una possibile esplosione di tragedia da cui sempre abbiamo l’ansia di proteggerci, che però poi si dimostra paura infondata, perché basterebbe semplicemente riconoscersi come umani per annullare tutte le apprensioni, apprensioni che noi stessi insceniamo e creiamo.

E dentro tutto questo l’unica cosa vera, unica che valga la pena di vivere e di rischiare, sono le dinamiche affettive, che abbattono muri, che tolgono ansie, seppur per una sola sera a lume di lampada, seppur quando le luci poi si riaccendono tutto si infranga, ancora una volta. Lasciando però nell’aria, in questa aria ferma, ancora un po’ di compassione, di complicità. E se carcerieri e prigionieri possono ancora, in forma rara, mettersi a tavola insieme, forse non tutto è perduto.

E cosi anche noi, spettatori, in qualche modo ci sentiamo coinvolti e complici del meccanismo nefasto dell’etichettamento, volenterosi interpreti di ruoli ridicoli che altro non fanno che allontanarci e rigettarci di continuo in quell’aria ferma, in quel non-tempo non-luogo che oggi è il nostro non-tempo non-luogo. Dove ognuno di noi può scegliere se essere carcerato o carceriere, appartenente ad un ruolo, sempre immerso nella sospensione. Un’umanità costretta a ricadere perenne senza mai fermarsi a domandarsi se tutto ciò abbia davvero senso, se sia questo quello che ci prospettavamo. Se davvero il mondo sia diviso in buoni e cattivi e se non siano invece le dinamiche sociali ad essere “carcerarie” e dirimenti in se. E se forse non sarebbe ora semplicemente di tornare a quell’orto genuino ed abbandonato a se stesso che era la nostra vita, ma che stiamo lasciando inselvatichire. Eppur continua a dar frutto.

Quella genuinità naturale e radicale che non sappiamo più abitare e che sola potrebbe unire allontanando divergenze e paure, allontanando apprensioni che siamo noi a creare con la nostra costante percezione distorta della vita e del mondo, del tempo e dello spazio; tempo e spazio che non sappiamo più abitare ma che ancora sono li, nascosti in un cortile segreto e chiuso, di cui però, se solo volessimo, sarebbe possibile ritrovare la chiave.

 

«È tosta sta’ in galera è?»
«Tu stai in galera, io no.»
«Ah sì? Non me ne ero accorto.»
«Volgiamo fare gli spiritosi stamattina Lagioia?»
«Per carità. Qua non c’è niente da ridere.»