Chi lavora per la musica?

PER LA MUSICA
LA MUSICA COME PROFESSIONE E LA MUSICA COME ARTE

In seguito agli ultimi eventi di lockdown in Italia si è sviluppato quello che è una sorta di movimento che, tra le varie forme, gira intorno all’hashtag “io lavoro con la musica”. Esigenza che nasce dall’aggravarsi di una situazione, dal punto di vista professionale, che da diverso tempo investe i musicisti. La lamentela, in se legittima, è che chi tenta di realizzare il proprio ambito professionale in ottica musicale ad oggi non ha modo di portare a casa “la pagnotta”. E questo a partire dai musicisti fino a giungere ai gestori di locali, club e teatri, agli organizzatori, tecnici e promoter.

La richiesta vorrebbe direzionarsi verso un intervento istituzionale atto a salvaguardare una categoria, quella appunto dei professionisti in ambito musicale. Ma siamo sicuri di porci esaustivamente il problema?

Il tipo di soluzione agognata penso mostri in sottotraccia la vera natura del problema. Ovvero il fatto che la musica sia ormai considerata solamente dal punto di vista professionale (declinata come intrattenimento) e il ritenere che il problema possa essere risolto “dall’alto”, che sia dunque un problema di natura istituzionale, mentre, seppur un intervento dall’alto possa sicuramente giovare, il problema è di ambito molto più sostanziale:  lo stesso considerare infatti la musica come una semplice professione, il musicista come un intrattenitore professionista e l’istituzione come unica salvezza, sottende la mentalità generica che ha condotto all’attuale situazione.

Il blocco generalizzato durato mesi ha infatti gettato un vuoto nel mondo lavorativo della musica dove chi vorrebbe sopravviverne professionalmente si vede negata questa prospettiva e nella fattispecie, cosa che probabilmente ha reso per la prima volta il problema più sensibile, anche le grandi star e i personaggi da palinsesto musicale si sentono minacciati (probabilmente unica questione che ha reso il problema minimamente interessante in ottica nazionale). La realtà vede però il problema come preesistente, e molto più sfaccettato per chi, esterno al meccanismo dello star system, già da molto “non lavora con la musica”.

La curiosità sta nel fatto che la stessa ottica professionale possa aver letalmente distrutto il mondo musicale. Il problema reale infatti non giunge dall’alto ma dal basso, non riguarda le garanzie istituzionali ma il fatto che alla base, tra le persone, la musica non svolge più un ruolo sostanziale. La dinamica dell’intrattenimento l’ha svuotata, ha ridotto il suo statuto da arte a vuoto passatempo rilegandola in un campo dove non vi è più possibilità di affezione. E l’affezione, quella che portava a seguire una band nei suoi concerti e nelle sue pubblicazioni e che permetteva quindi la sopravvivenza di un ambito, è svanita. Un’artista vale un altro e un certo modo di “far serata”, come appunto seguire un live, è tranquillamente sostituibile con un altro qualsiasi. La musica considerata come arte e “vita” è forte, la musica come professione può solo essere debole in un mondo colmo di professioni considerate più utili, funzionali e lucrative.

L’andare ad un concerto ad esempio, quando non si preferisce poi il comodo divano di casa, non è infatti visto come il seguire il concerto ma come un generico “fare serata”, svagarsi e gettarsi nella calca donando all’ascolto giusto qualche minuto distratto. Il concerto diviene secondario e anzi, potrebbe anche risultare fastidioso ed essere sostituito con una qualsiasi altra attività di sottofondo. Non c’è dunque differenza qualitativa.

Le chiusure date dal lockdown hanno accelerato un processo dove chi riusciva ad arrivare a guadagnarsi da vivere magari sul filo, ora non ci arriva più, ma in un mondo di musicisti con un pubblico che cala continuamente e il cui interesse svanisce sempre più, tale situazione si sarebbe comunque raggiunta, anche se più lentamente. È forse ora di comprendere che si deve operare sulla totalità del problema stesso e non solo su un’ottica di aiuto istituzionale in prospettiva egocentrica. Se vogliamo salvarci come musicisti si deve salvare la musica. La cui sorte sembra però non interessare molto, quello che interessa è il “me stesso” come musicista. Ci si lamenta infatti di non lavorare con la musica senza renderci conto che il problema sta proprio nel fatto che ai musicisti stessi la musica interessa solo nel momento in cui la si fa in prima persona.

Le strategie di marketing, lo sponsorizzarsi tramite playlist dando adito ad ascolti distratti, la pubblicità massiva che getta ogni singolarità nel calderone del “tutto uguale, tutto sostituibile”, che si penserebbero utili alla sopravvivenza di una band o di un artista, hanno in realtà lentamente e sulla lunga distanza affossato quella stessa possibilità di sopravvivenza, modificando l’idea che le persone hanno di musica.

L’ambiente è popolato da individui che vorrebbero garanzie professionali in un mondo dove sono scomparsi gli ascoltatori, in un mondo dove i musicisti stessi non seguono più la musica altrui e passano molto più tempo ad autocelebrarsi e pubblicizzarci che non ad ascoltare dischi o andare a concerti.

Noi lavoriamo con la musica ma siamo sicuri che la musica sia dalla nostra? Dove va la musica? Cosa è per me? Una professione e basta? Mi interessa che questa stupenda cosa possa sopravvivere o mi interessa solo la mia sopravvivenza attraverso di essa?  Queste sono le domande che abbiamo smesso di porci. Fare il musicista prima che una professione è infatti una vocazione, dove ci si dovrebbe preoccupare in primis della sopravvivenza della musica stessa e solo in un secondo momento della propria sopravvivenza come professionista. Quanti musicisti del passato hanno creato alcuni tra i più grandi capolavori pur non avendo garanzie professionali a riguardo? Quanti di questi capolavori oggi non avremmo se avessero ragionato in ottica puramente professionale?

La maggioranza dei musicisti delle varie “epoche d’oro” della musica consideravano il suonare la loro vita e solo poi un mezzo professionale. Avendo ben presente la differenza che intercorre tra vivere e sopravvivere.

Il percepire la musica come arte, come cultura e come ambiente da vivere, era infatti ciò che permetteva in prima istanza di rispettarla e in seconda istanza di affezionarcisi. Dove oggi si passa facilmente da un musicista al successivo, cedendo all’oblio tutto ciò che ci passa sotto e che cattura il nostro interesse solo per il fuggevole momento in cui la piattaforma digitale ce lo suggerisce.

Tutti gli artisti, dai pittori ai poeti della storia, che hanno avuto modo di sopravvivere con la propria arte lo hanno avuto fintanto che questa veniva considerata e rispettata come arte, il declassamento di tali ambiti a puro intrattenimento ne ha svuotato l’importanza. Come musicisti si è i primi a non rispettare la musica con la presunzione che questa debba poi portarci guadagno.

Ciò che forse si dovrebbe fare sarebbe il cominciare a ricostruire dal basso, partendo da se stessi. Se i musicisti, e in generale gli addetti alla musica, cominciassero infatti per primi a riaffollare i live-club e i negozi di dischi, passare giornate ad ascoltare musica assorti e non come sottofondo, condividere esperienze, contaminarsi e viversi gli uni con gli altri dando vita alle “scene musicali”, che sono quelle che permettono ai singoli di esistere, si potrebbe essere coloro che cominciano a ricostruire il meccanismo nel punto dove si è rotto. Nel momento appunto dove si è trasformata la musica da poesia e parossismo cosmico a puro divertissement, vuoto svago che se dovesse mancare sarebbe prontamente sostituito da un altro equivalente.

Se si vuole ridare dignità al musicista e non solo concedergli professionalità, dovremmo prima ridare dignità alla musica stessa. Riscoprirla e riscoprire il fascino e la pienezza di passare giornate ad ascoltare dischi in immersione. Ad abbandonarsi alle onde sonore e riscoprire la pelle d’oca, il brivido della vibrazione. Lanciarsi sempre su nuovi ascolti e scoprire nuova scene e nuove storie, essere cacciatori curiosi che vogliono penetrare fino in fondo le dinamiche del sentimento musicale.

Dove la musica è invece e purtroppo divenuta un carillon che suona melodie banali per stanze vuote.