Horse Lords “The Common Task”

HS

Vinyl & Cd, 2020 | kraut-motorik, math-rock, minimalismo

Gli Horse Lords sono un quartetto di Baltimora formatosi nel 2010. “The Common Task”, del 2020, è il loro nono disco ufficiale dopo il primo pubblicato nel 2012.
Una band dunque molto produttiva e molto sicura di se. Dalle idee chiare. Dove tutti i loro precedenti ottimi lavori mostrano una stupefacente coerenza e ricchezza. E questo ultimo non è da meno. Anzi, rappresenta forse uno dei loro più notevoli, seppure la loro produzione vada d’obbligo considerata e pensata tutta come un corpus unico. Dove Ep (mixtape più vicini al “collage”) ed Lp (più prettamente “suonati”) vanno a costituire un complesso unitario e coerente.

I brani sono strumentali, tendenzialmente lunghi, basati sull’uso della ripetizione psichedelica più che sullo sviluppo lineare, ma in evoluzione continua. Il tutto che si muove tra chitarra-basso-batteria-sax come formazione portante, ma con forti innesti di synth, elettronica e strumenti di varia natura (quali cornamuse, archi, organetti ecc.).

Il loro sound di matrice ipnotica include un krautrock tra Can e Faust fortemente vicino al motorik dei Neu!, tessiture math-rock ossessive alla Battles e una spinta verso la sperimentazione, verso il collage e l’intreccio tipica dei primi Tortoise e dei This Heat. Il tutto coronato da forti influenze portate da un certo minimalismo alla Steve Reich o alla Glenn Branca e da spinte di sax che ricordano a tratti un furioso Albert Ayler. Con dentro poi molta Africa Occidentale.

Ossessività, fraseggi storti, sincopi, percussioni di vario tipo che fuoriescono da ogni dove, loop ipnotici, ripetizioni sempre uguali a se stesse ma in continuo mutamento che finiscono per rimpallare in oscillazioni cadenzate. Le poliritmie martellanti sono quasi una costante negli Horse Lords, loro inconfondibile marchio di fabbrica.
La chitarra una volta preso il fraseggio sembra non volerlo più molare, il basso martella battimenti ciclici, la batteria e le percussioni assemblano una serie incontenibile di ritmiche, il sassofono ripetendo brevi frasi cadenza anche lui e accompagna le timbriche, fino a sputare deliri noise. Il tutto coronato da synth geometrici, droni e innesti dei più vari strumenti.

Una jungla africana ritmica, ma che non richiama un “esotismo” estetico troppo spesso fine a se stesso. I richiami “altri”, gli strumenti “etnici” e le aperture, sono pure ispirazioni che lavorano nel contesto senza sviolinate ne ammiccamenti. Fluttuando ai confini tra composizione e improvvisazione, tra elettronica e performance, tra chitarre preparate, strumenti modificati e uso di computer, fino a raggiungere uno spasmo psichedelico-ossessivo.

La loro musica è una danza tribale attorno ad un fuoco dove il ritmo più che la melodia e l’armonia la fanno da padrone. Anche se in diverse occasioni si concedono di abbandonarlo in favore di aperture a droni e lievi ensemble senza ritmo (vedi ad esempio il quarto e probabilmente più notevole brano “Integral Accident”).

Un Album che raccomandiamo, come raccomandati a chi ama l’ossessività ipnotica, il krautrock e il math-rock, sono i loro precedenti lavori.