Jung Deejay “Java Scripts”

Jung Deejay small

Tape 2020, Artetetra

Dopo la recente recensione dell’ultimo Rainbow Island torniamo a parlare di Artetetra e della sua nuova pubblicazione, “Java Scripts” di Jung Deejay. Dietro il moniker si cela Randy Riback, già attivo a nome Jung Hardware dal 2017: in questo suo terzo lavoro, dopo quelli pubblicati per Lillerne Tapes e Beer on the Rug, l’artista newyorkese continua il proprio percorso di ricerca di pattern ritmici e di esplorazione dell’immaginario digitale, recuperando un campionario di suoni datati da vecchi sampler dimenticati e rielaborandoli in trame ritmiche ossessive e ripetitive.

Il lato A della cassetta ospita quattro di questi esercizi: Spirit’s Moon è un reticolo di percussioni e metallofoni sormontato da echi di synth, in una sorta di gamelan semplificato e trapiantato nella Grande Mela dei tardi Eighties. In Seagull’s Dance aumenta il contenuto tropicale, ancora una volta tra abbondanza percussionistica, campionamenti di voci, aliti, sussurri e echi provenienti da un terzo mondo immaginifico. Teeley’s Dream gioca sugli stessi ingredienti ma riporta il baricentro più a Occidente, con un ritmo più incalzante, la consueta ossessività e un crescendo di colore dato da una caleidoscopica simulazione di xilofoni et similia. Per poi tornare di nuovo a est con Lyon’s Roast, nella giungla, in quello che forse è il brano migliore, capace finalmente di dipanare una trama melodica sopra la ritmica ripetitiva di sottofondo, in un crescendo arioso.
Il lato B ripropone gli stessi brani remixati da vari artisti: la traccia iniziale finisce in mano a DJ Pikkiomania dei Rainbow Island, che come da attese prende la traccia e la immerge in un bagno di LSD, da cui non esce troppo trasfigurata, cambiano solo tinte e timbri che virano al verde acido e si balza in avanti di un decennio, siamo in pieni Anni Novanta in questo proto-rave. Seagull’s Dance viene invece remixata da Gap, più pompa e più lucidità e l’aggiunta di una coda di fiati che non stravolgono l’originale. E Brian Abelson lo segue a ruota nel mettere le mani su Teeley’s Dream. Lo stravolgimento più importante e interessante lo fa Piezo nella conclusiva Lyon’s Roast, con l’originale che diventa irriconoscibile tra schegge impazzite e bolle di suono che prendono un’ombra di forma solo nel finale, con i cocci ricomposti alla meglio, in qualche modo.

In questo “Java Scripts” ritroviamo il concetto di Orientalismo di Edward Said applicato in musica: un esotismo indefinito e generalista pronto ad uso e consumo dell’Occidente. Manca una ricerca etnica veramente interessata che non va oltre il gioco di parole del titolo e qualche timbro sonoro: il che non sarebbe di per sé un male, se l’intento fosse quello di creare nuovi mondi immaginari dall’alchimia di elementi orientali e occidentali. Solo che questo mondo risulta alla fin fine poca cosa, in questi che possiamo definire esercizi di stile anche interessanti e piacevoli al primo ascolto ma dal canovaccio presto inquadrabile, e la noia è spesso dietro l’angolo.