Le Marche a Fuoco

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A cura di Alessandro Gentili e Tommaso Palmieri

L’11 e il 13 agosto si è svolta una due giorni di incontri presso la Mole di Ancona, organizzata da “Le Marche a Fuoco”, collettivo nato durante il lockdown per raccontare la scena underground marchigiana degli anni duemila. Scopo dell’evento è stato dunque quello di far luce su cosa e perché è musicalmente accaduto nella nostra regione – le Marche, da sempre culturalmente periferiche – e soprattutto su cosa ci si può attendere e fare per gli anni a venire.

Due appuntamenti che sono stati una naturale trasposizione “dal vivo” del progetto, che si propone di raccontare questa realtà mediante un documentario, approfondimenti sul web riguardanti band, personaggi, etichette, locali, e un censimento – attualmente in corso – di tutti i gruppi e i musicisti dell’underground marchigiano dal duemila ad oggi.

In questa prima – e ci auguriamo non unica – coppia di eventi hanno avuto modo di confrontarsi alcune delle personalità – musicisti, gestori di etichette, proprietari di locali, ecc. – che hanno contribuito a costruire la suddetta scena, coadiuvati dalla conduzione di due ospiti di rilievo: Stefano Pifferi (SentireAscoltare) e Gianluca Polverari (Rockerilla, Radio Città Aperta), che già in passato hanno avuto modo di occuparsi in maniera approfondita della nostra scena portandola all’attenzione nazionale.

Due dibattiti, intitolati “Le Marche rumorose si raccontano” e “La Scena tra passato e presente”, che hanno visto una ricca partecipazione non solo tra gli invitati, ma anche tra un pubblico ben più numeroso di quanto ci si potesse attendere, e in cui sono stati affrontati numerosi temi portando non tanto delle risposte quanto una molteplicità di utili domande.

Hanno accompagnato gli eventi la mostra “La Scena in Immagini”, con opere e poster di alcuni tra i nostri artisti visuali e grafici più importanti – Alessandro Baronciani, Nicola Alessandrini, Andrea Refi e Elvira Pagliuca – e i live di Mr. Deadly One Bad Man e Heat Fandango.

Questo breve articolo vuole offrire poche pillole sui temi trattati e qualche spunto per ulteriori considerazioni, con l’obiettivo di informare quanti non hanno potuto partecipare e di contribuire attivamente a un dibattito che ci auguriamo sia solo all’inizio e che possa svilupparsi in una serie di altre iniziative.

 

GLI SPAZI PER SUONARE

Uno degli argomenti emersi in maniera più ricorrente è stata la scarsità di luoghi dove suonare dal vivo, in netto calo rispetto agli anni addietro. È qui che il dibattito si è fatto più acceso, sconfinando non solo rispetto agli argomenti previsti per il dibattito, ma anche rispetto ai confini regionali, dal momento che tutto ciò assume quantomeno una valenza nazionale.

Molte le posizioni: da chi lamenta una scarsa attenzione da parte delle amministrazioni pubbliche locali (ma di fatto, c’è forse mai stata?) a chi sottolinea come i locali di grosse dimensioni siano stati sempre visti di cattivo occhio in Italia, come se lavorare organizzando musica live fosse “il Male”. E gli outsider che cercano espressione nella musica dal vivo provando ad organizzare piccole serate non se la passano certo meglio, dovendo sottostare ad infinite regolamentazioni e diffidenze. Sembra quasi di intravedere una generale tendenza all’inaridimento di certe dinamiche di socializzazione, non solo legate alla musica. Tendenza alla quale poi spesso ci si allinea, abituandosi a vivere sempre meno concerti e spazi fisici (dinamica sostanziale nell’esperienza di una “scena musicale”), abbandonandosi ad un contatto tendenzialmente digitale da ben prima delle recenti situazioni di quarantena e limitata mobilità. Un fenomeno che rischia di portare alla definitiva scomparsa di certi tipi di locali e spazi, i quali dovrebbero per primi rendersi conto di tale situazione cercando di riflettere nella direzione opposta e di non dare avallo, almeno discorsivamente e a livello di principio, a dinamiche di isolazionismo sociale da molto diffuse che, oltre alla musica, rischiano di danneggiare interi aspetti del sociale.

Certo gli spazi per suonare sono meno rispetto al passato, vuoi per la moria dei centri sociali e dei circoli – che per la scena locale hanno rappresentato il palcoscenico naturale e che oggi sono oggettivamente meno numerosi, meno connessi tra loro e meno propensi a osare e a scontrarsi con le istituzioni quando necessario – vuoi per i fatti di Corinaldo, i vari decreti sicurezza e l’attuale situazione post-lockdown, che hanno limitato le possibilità d’azione dei gestori, molti dei quali si sono visti anche costretti a chiudere definitivamente.

Ma c’è dell’altro: nemmeno ieri, a ben vedere, c’erano in realtà tutti questi spazi per suonare dal vivo, specie per le proposte artistiche più ostiche e meno allineate. C’era forse più voglia di sbattersi, osare, rischiare per organizzare eventi anche al di fuori dei confini della legalità, se necessario. C’era forse più voglia di scoprire e di esplorare, ed è l’appetito che oggi spesso manca. Quell’appetito grazie al quale, posti di fronte all’impossibilità di suonare, organizzatori sporadici e prolifici amatori, sfruttando appunto le connessioni tra persone che una scena musicale reale garantisce, si auto-organizzavano per dare vita a spazi e situazioni, cosa che del resto è il motore stesso che già nella storia più recente spinse alla creazione di reti musicali indipendenti, dando vita ad un panorama altro rispetto al “canonizzato”, “mainstream”, “istituzionale”. E contribuendo poi alla formazione parallela di nuovi ascoltatori curiosi. Dove oggi invece sembra che si aspetti un po’ troppo una semplice risoluzione dall’alto, o che sia fondamentale appoggiarsi a qualche strategia commerciale.
C’è infine da dire che l’interesse generale per la musica dal vivo sta scemando, basta guardarsi intorno ad un concerto e fare la conta degli under 25. Possibile che sia solo questione di gusti diversi? Non crediamo. Se non sono per primi i musicisti e gli “addetti ai lavori” ad esprimere la loro voglia di mettersi in gioco, come lo si può pretendere da un ascoltatore? Del resto il “gusto musicale” non è un assoluto e si nutre e modifica nel tempo anche in base alle esperienze più varie che si possono avere, e la mancanza in chi ascolta dello stimolo per andarsi a ricercare qualcosa che fuoriesca dai canoni dell’intrattenimento più standard è forse e in parte lo stesso adattarsi agli attuali meccanismi che si trova in chi la musica la fa e con la quale vorrebbe spesso – e anche giustamente – lavorare.

Vogliamo chiudere questo capitolo con delle domande: se aumentassero miracolosamente i luoghi disposti ad ospitare i live, chi ne beneficerebbe? Vedremmo spuntare nuove band con nuove proposte? Vedremmo rifiorire una scena dal nulla? Ciò avrebbe un impatto in termini di ringiovanimento della scena? Senza un substrato fatto di relazioni vere, “offline”, di voglia di comunicare e di osare, dubitiamo che questa possa essere LA soluzione ad un problema che è ben più grande e complesso della semplice mancanza di spazi.

 

I SOCIAL E IL DIVARIO GENERAZIONALE

In questi due giorni è stato più volte ripetuto che ieri i social (impossibile dimenticare MySpace) erano visti essenzialmente come un mezzo per arrivare ai propri obiettivi (suonare dal vivo, vendere i propri cd e vinili), mentre oggi sono il fine, ovvero farsi conoscere. Non possiamo che essere concordi su questo punto.

Se ieri l’obiettivo ultimo era stare sopra un palco, oggi è infatti avere quanti più follower possibile su Facebook, Instagram e Spotify: questa mancanza di un ambiente reale in cui muoversi e verso cui puntare, questo mantenere l’intero discorso su un piano di virtualità ha ricadute che pesano come macigni, di cui il principale è il deperire delle scene musicali.

Una scena non può infatti prescindere dall’aspetto sociale, inteso non come socialità da tastiera, ma come condivisione reale di esperienze, di situazioni, come un viversi fisicamente, a un concerto, per una birra con gli amici o in discussioni interminabili sulla band che si adora o sull’album preferito. Lo scambio di idee e il confronto, la socialità, sono elementi fondamentali per la nascita e la crescita di qualsiasi scena. Senza questo vi è solo una parata di individualismi il cui obiettivo spesso non è la ricerca musicale, la creazione artistica, ma solo una sorta di successo più o meno grande e sempre meno duraturo – giusto il tempo dell’hype del momento – per raggiungere il quale si è sempre più disposti a smussare, ad allinearsi, ad uniformarsi, a “produrre qualcosa che funzioni”. Ciò in funzione del fatto che il digitale, in quanto mezzo, non è in se neutro ma conduce verso un modo di essere e di agire ben preciso: ciò passa in prima istanza proprio da questa assenza concreta dell’ “altro”, dove ognuno (come qualsiasi nozione base di psicologia può insegnarci) si connette con un prossimo che risulta però fittizio, in quanto distante e non realmente percepito come concreto e come proprio “simile”, dove quindi il digitale degenera esponenzialmente quel meccanismo ego-maniaco già oggi fortemente imperante in ogni campo e che va ad interrompere il contatto concreto che sta alla base della creazione di una scena reale. La cui esistenza permette poi la sopravvivenza dei singoli all’interno di essa.

Una scena musicale infatti rappresenta una sorta di piccolo eco-sistema entro il quale le band più metaforicamente “in via di estinzione” o comunque minoritarie possono sopravvivere: senza ciò ogni singolo è lanciato nell’immenso mare del mercato, dove vigono le leggi non certo della qualità ma della sopravvivenza co-atta e “cannibale”, dove la musica diviene succedanea a meccanismi e strategie commerciali. Meccanismi che di fatto già esistono, e se l’obiettivo individuale rimane “la fama” personale ogni discussione sulla concreta realtà musicale del momento diviene superflua.

Muoiono le scene, vengono meno i modelli di riferimento locali e di artisti “altri” che non siano parte dello show-business, dove i social stanno diventando bravissimi a proporti solo quello-che-già-ti-piace e le nuove proposte si fanno via via meno presenti e interessanti, ripetizioni stantie di canovacci sempre più collaudati e sempre meno veicoli di qualità.

 

ARRIVARE

Tra i vari interventi si è parlato poi dell’importanza della voglia di “arrivare”, di lottare per raggiungere il proprio obiettivo, di avere successo, tutti elementi che spiegherebbero perché da Pesaro, Fano e Senigallia siano usciti negli ultimi anni nomi arrivati più prossimi ad una rilevanza nazionale. Si è ribadita poi l’importanza per gli artisti di avere una visione imprenditoriale, di gestire se stessi e le proprie band in maniera efficiente, con tanto di business plan per valutare oculatamente pro e contro nella produzione di un disco o nella pianificazione di un tour. Del resto, ci piaccia o no, siamo in un’epoca in cui il Capitalismo e le leggi di marketing la fanno da padrone.

Qui siamo d’accordo solo in parte. È vero infatti che l’approccio di cui sopra ha contribuito a portare ad una piccola ribalta alcuni artisti del nord delle Marche, ma la medaglia ha anche un’altra faccia. È infatti altrettanto vero che c’è una miriade di artisti altrettanto validi che non ha come target il successo, l’arrivare, il diventare famosi, visti tuttalpiù come conseguenze e non obiettivi della creazione artistica e della ricerca sonora, questi sì scopo ultimo dell’attività di molte band che hanno fatto la storia delle varie scene musicali che nell’arco di vent’anni, nelle diverse province della regione, sono state le più variegate, con differenze anche estreme in termini artistici e di attitudine.

Non che per raggiungere il successo sia sempre necessario scendere a compromessi o rivedere drasticamente la propria proposta artistica per adattarla ai gusti della stampa, del pubblico o delle mode imperanti, ma di certo il non ambire alla fama a tutti i costi lascia una libertà d’azione e di creazione che, dal nostro punto di vista, ha costituito la particolarità di molte delle produzioni uscite principalmente dalle province di Ancona e Macerata. Considerando poi, come già detto, che se l’obiettivo è “l’arrivare” inteso come “successo”, il sistema-musica istituzionale già ci offre i suoi efficaci mezzi per raggiungere quei vertici di esibizionismo che comportano la creazione di un personaggio e la produzione di una strategia commerciale atta alla fama.  La domanda a nostro parere è: come permettere la sopravvivenza di qualcosa di altro che possa voler essere altro? Se poi si dà per scontato che obiettivi “altri” nei musicisti di nuova generazione non interessino proprio (e se è così, forse lo è proprio in vista del fatto che diversi obiettivi non sono più presentati come “allettanti”, tutti spinti solo verso l’accumulo di fama personale), tutto il discorso rischia di diventare superfluo.

 

Chiudiamo qui, per ora. Molti ancora i temi che andrebbero trattati, per capire possibilità e insidie, limiti e opportunità di oggi e di domani. Dal ruolo di etichette, agenzie di booking, uffici stampa e promoter in questi tempi fluidi, alle modalità di rafforzare comprensione e dialogo con le nuove generazioni, tra i nuovi musicisti e con i nuovi musicisti da una parte e i nuovi fruitori dall’altra, ma anche nel dialogo stesso tra le “vecchie” generazioni che queste scene hanno avuto modo di viverle e per le quali forse farebbe ancora comodo discutere e comprendere i retroscena e meccanismi più o meno “inconsci” e non espliciti che ne permettono l’esistenza. Speriamo ci sia modo di portare avanti questi discorsi in nuovi incontri dal vivo organizzati da Le Marche a Fuoco.