Ludmilla Spleen “Gennariello”

Gennariello_Art

CD 2020, Artista anch’io, Neon Paralleli, Villa Inferno Records

«Ecco io ormai vedo cose tutte uguali, insensate. Mi trovo al centro d’un non luogo. Mi prendo cura di quel che mi resta.»

Timpani da battaglia risuonano e una chitarra che sa di acciaio affilato si fa strada a spallate mentre una profetica voce stridula sussurra e ulula litanie.

Questi sono Niki Fabiano Ruggeri e Filippo Brandi, ovvero i Ludmilla Spleen. Band altamente longeva, originaria delle Marche e residente a Bologna, che prosegue in maniera naturale quello che è un rapporto di amicizia che dura fin dall’infanzia. Perché i Ludmilla sono prima di tutto Niki e Filippo, perché dal 1999 (e prima) i Ludmilla sono sempre stati Niki e Filippo. Dove la musica rappresenta uno sfociare spontaneo di attitudini comuni coltivate nel tempo.

Hipsteria arriva col suo incedere psichedelico ripetitivo che, battendo un passo di martello sull’incudine, prorompe improvvisamente sul finire di Escalade e defluisce poi nella cadenzata My Idea Of Pulp, pezzo con un finale che si apre stridulo su note taglienti. Una chitarra che si tuffa in dense vibrazioni di catrame e in antitesi si innalza su frequenze acide.

A livello di sound siamo nei territori Noise-Rock di Jesus Lizard e compari, che sa ancor più di terremoto che dissesta lo stabile e rassicurante terreno delle nostre menti. Affogando il tutto in enormi secchiate di Post-Punk, tra Fugazi, Wire, Drive Like Jehu, Butthole Surfers. Mentre a livello compositivo ci si inspira a derive “decostruttiviste” quali This Heat, Pere Ubu, Minutemen e in particolare Red Crayola (ai quali Niki e Filippo sono molto affezionati).

Allarmi di chitarra risuonano nell’aria, una batteria sghemba e maleducata inciampa e abbatte con la forza della percussione, laddove i testi biascicano e smantellano cliché, stereotipi e derive post(-dis)-umane, meccanizzazione umana, esteriorismi modaioli, derive sociopatiche. Nulla rimane in piedi, un campo di battaglia disseminato di non-corpi, dove solo Ludmilla rimane inerte ad osservare col volto ormai arido e un grido carico in petto che risuona forte.

Sinistra Memoria, forse il momento più alto del disco, ci sputa in faccia sussurrate sentenze irrefutabili, mentre ci spara in pieno addome potenti pallettoni fatti di suoni meccanici, chitarre laceranti e disillusione.
Gli otto minuti di Buon Anno Ragazzi, dove una voce meccanica ci narra la concreta distopia del reale sopra droni mobili e ticchettii di batteria. Fino a giungere alla fine del viaggio con gli accordi di chitarra di La Voglia Stanca, gettati lì in mezzo, tra spasmi di batteria.

Un disco che suona in petto con violenza, che toglie il respiro e cammina scavando dentro. Dove non mancano, come detto, derive velatamente psichedeliche in cui una ciclicità ripetitiva induce all’ipnosi, che viaggia sopra tappetoni di chitarre sfrigolanti.

La voce, rispetto al precedente album “Acephale”, è qui più usata come strumento aggiunto, meno introspettiva a più “lanciata in faccia”, dove i testi ne acquistano automaticamente un risalto notevole. Un attitudine quindi più “Hardcore” nel suo versante Washingtoniano rispetto al passato. Dove la band nella composizione parte, quando non da un riff di chitarra da un fill di batteria o da una vera e propria improvvisazione, da frasi, stralci di testo o abbozzi, che prendono forma poi con la musica per sinergia spontanea attraverso vari rimpasti.

Registrato al TNT di Jesi (An) e Montefiascone (An) tra giugno 2018 e maggio 2019 da Alessio Compagnucci e dagli stessi Ludmilla, Gennariello, che per il titolo si inspira alle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini, è un gran disco per una gran band, una di quelle band che oggi, forse, un po’ mancano. Persone prima che musicisti, passione prima che progetto. In un mondo di collaborazioni a scadenza, carrierismo musicale, “super-band” a progetto e concept dal marketing spinto, i Ludmilla Spleen rappresentano ancora una genuinità spontanea.

Gennariello è il ragazzino che eravamo e che siamo ancora, è tutto il percorso che c’è stato in mezzo e lo specchio nel quale questo percorso si rifrange su una gioventù iper-moderna. È fronteggiare e fronteggiarsi, uno scavarsi e uno scavare, nel proprio percorso e in tutti i nuovi possibili percorsi, rispecchiando in questo l’oggi. Gennariello entità che siamo tutti e nessuno, in un discorso presente ma fatalmente sospeso.

«Automatica la tua fissità, automatica la tua mobilità, automatica la tua cecità, automatica la tua umanità»