Mutazioni antropo-musicali

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Show Business e Underground: da Stefano Bianchi a Pier Paolo Pasolini

Vorrei partire qui da un bell’articolo di Stefano I. Bianchi pubblicato su Blow Up di aprile 2021 dal titolo “Cosa nostra: X-Factor & Sanremo, Underground & Mainstream”. Vogliamo partire dando per presi i punti posti nell’articolo ad analisi del nuovo rapporto tra gli ambienti dello show business e i sotterranei e, in piena concordanza, vorremo analizzare in maniera retroattiva alcune cause “archeologiche”, frammento delle origini dei meccanismi di oggi. Per farlo mi avvarrò in parte del pensiero critico in ambito di cambiamenti socio-culturali di Pier Paolo Pasolini, espresso in particolare sul testo “Lettere Luterane”.

Appoggiando il ragionamento di Bianchi constatiamo che solo un sistema alternativo, per definizione, può generare alterità, qualcosa di diverso. Per logica definizione un sistema che ricerca il consenso del pubblico non potrà che sempre produrre qualcosa a cui il pubblico è ovviamente già avvezzo, se non nei contenuti stessi, se non altro nella forma e nei meccanismi.
Un sistema underground (e quindi “alternativo” a quello maggioritario) per essere tale, non può, per logica definizione, inseguire gli stessi obiettivi del mainstream, il tal caso la sua stessa essenza viene meno.
Nel momento in cui l’obiettivo si unifica e diviene per tutti la ricerca del consenso e della fama (il voler arrivare a più gente possibile e raggiungere il successo: il cosiddetto “farcela”) si unificano per ovvia conseguenza i due sistemi e si ottiene un perfetto conformismo: conformità agli stessi obiettivi, entro la stessa ottica.

Stefano Bianchi inquadra riassuntivamente nel suo articolo il ruolo che hanno avuto il web e lo sviluppo dei sistemi di fruizione e comunicazione in tal senso: come dai panorami musicali indipendenti (concretamente indipendenti) si sia passati al sistema tecnologico della “massa” che finisce per inglobare culture “altre”, le quali si frammentano e poi dissolvono; un sistema in pratica dove la diversità è per logica esclusa, proponendo «Canzoni tutte uguali e pre-standardizzate; talvolta anche ben costruite, inutile dire, ma fredde, asettiche, senza il peso di alcun mondo alle spalle e sulle spalle».

Un meccanismo generalizzato di natura professionale/carrieristico ha poi parallelamente mutato la cosa. La musica (come già trattato nell’articolo “Chi lavora per la musica”), e in generale ogni tipo di arte, è in primo luogo appunto Arte. Tale è il suo orizzonte di senso ed è in vista di ciò che l’artista si approccia all’opera. Solo successivamente e in maniera accessoria e non fondante la musica diviene un lavoro (tanto per capirci: da Beethoven a Jimi Hendrix, questi, in particolare nell’atto creativo, pensavano a se stessi come artisti e non come lavoratori, il fatto di “guadagnare” era un elemento accessorio, non fondante). Nel momento in cui lo slancio artistico viene meno e si approccia la cosa in ottica puramente professionale si distrugge il suo ambito di senso e, paradossalmente, anche la sua eventuale prospettiva di divenire accessoriamente lavoro: un’opera d’arte infatti, svuotata del suo statuto e divenuta “merce”, non può che essere accessorio usa e getta soggetto alle leggi del mercato: mentre solo l’opera in quanto arte e non prodotto può generare una “aura” necessaria, una affezione nell’ascoltatore che dà valore e ne sancisce lo statuto. Ciò si amplifica poi nel momento in cui la prospettiva diviene non solo di semplice (e in se legittimo) guadagno ma “carrieristica”, dove quindi il musicista non si tramuta in semplice lavoratore ma in “arrampicatore sociale” e il suo ruolo di artista diviene ancor più subordinato: deve “farcela”. L’atto creativo è divenuto atto produttivo, non si crea partendo dallo slancio artistico ma si produce in base alle risposte del mercato globale.

Chaplin

Ciò, oltre ad avere radici nei più recenti cambiamenti sociali e tecnologici, ne ha anche nel passato non remoto. Come ci dice Pasolini riguardo l’ambito sociale: «quando si produce merce si produce in realtà umanità»; similmente avviene nella musica: nel momento in cui l’universo musicale si standardizza su di un ottica di successo di stampo mainstream, producendo quindi creazioni omologate in una certa direzione e meccanismi univoci di accesso/fruizione, il pubblico (usufruendo di tali creazioni divenute ora prodotti pubblicizzati e di tali univoci meccanismi) subirà una standardizzazione dei gusti in tale direzione; dovendo poi il sistema musicale assecondare nuovamente tale livellamento si finisce con l’omologare ulteriormente i prodotti, andando a livellare ancor più il pubblico e cosi via in un circolo vizioso, dove palinsesti e piattaforme svolgono il ruolo già sottolineato da Bianchi.

Gli sviluppi contemporanei, tendendo alla omologazione dei sistemi sociali e in essi delle persone che li compongono, non sono infatti differenti da ciò che accade in musica. Vi è un generale appiattimento verso un’ottica edonistica di soddisfacimento puramente superficiale e personale (ricerca di appagamento rapido e immediato, fine a se stesso, che salta rapidamente da un desiderio ad un altro).

Alexa Play

Su Lettere Luterane Pasolini ci illustra il meccanismo della standardizzazione sociale dei nuovi tempi, che solo nei nostri Duemila giunge a miglior sviluppo (unendosi coi contemporanei apparati), meccanismo che livella il sociale su parametri culturali ed obiettivi standard: «è cambiato il modo di produzione (enormi quantità, beni superflui, funzione edonistica» ci dice Pasolini, e l’ambito musicale è specchio di tale meccanismo dove «il nuovo modo di produzione ha prodotto dunque una nuova umanità, ossia una nuova cultura: modificando antropologicamente l’uomo. Tale nuova cultura ha distrutto cinicamente le culture precedenti», così quello che altrove abbiamo definito il Pan-Pop del nostro tempo, sorta di sistema mainstream generalizzato, finisce col mangiarsi, e non assolutamente valorizzare, il sottobosco musicale dove: «ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri».
Altrove sempre Pasolini lucidamente illustra che «la classe dominante ha proceduto in questi anni al più completo e totale genocidio di culture particolaristiche che la storia ricordi». Allo stesso modo lo Star System dominante ha distrutto le sottoculture underground. Spesso e purtroppo per iniziativa degli stessi musicisti di nicchia, che hanno malauguratamente perso il vecchio senso di appartenenza che nutriva tali nicchie.

Il mondo digitale e le nuove tecnologie (che per ora ci evitiamo di analizzare approfonditamente) aprono poi nuove prospettive di ingigantimento di tali meccanismi, soprattutto dal punto di vista della fruizione, che portano ad una sorta di qualunquismo e disinteresse contenutistico. Il tutto amplificato dalla velocità, per la quale si passa di artista in artista, di canzone in canzone, senza mai soffermarsi e senza mai affezionarsi.

Shuffle Play

La classe sociale “subalterna”, dicevamo, smette di inseguire obiettivi propri e il suo contrapporsi alla classe dominante non si manifesta nell’opposizione ai suoi valori dominanti, ma anzi finisce con l’inseguire quegli stessi. Ciò elimina la possibilità dell’alterità e crea il mono-tipo, dove il subalterno smette di far parte di una cultura propria e semplicemente emula, senza però averne i mezzi, il meccanismo dominante. A mo’ di esempio generale possiamo dire che il “povero” osservando il “ricco” con la Ferrari non elabora una sua idea autonoma che porta ad una cultura autonoma esente dalla volontà di comprare la macchina di lusso ma semplicemente declina la sua ideologia sugli stessi contenuti (peraltro frustrandosi, dato che appunto non potrà mai permettersi una macchina di lusso): anche lui vuole la Ferrari e il suo essere altro dal ricco diviene pura invidia che mira agli stessi obiettivi non ricercandone di propri.
In ambito musicale avviene la stessa cosa: l’underground comincia ad inseguire gli stessi obiettivi del mainstream, così facendo finisce con l’annullarsi come categoria autonoma ed in più, ponendosi sullo stesso piano, potrà solo soccombere, dato che non detiene gli stessi meccanismi di potere di quello. Il musicista di nicchia smette di elaborare contenuti propri, obiettivi propri, ma insegue anche lui quelli della grande “Star”.

È la classica frustrazione del moderno musicista “sperimentale” (in senso lato) che da una parte vorrebbe produrre musica incredibilmente originale, particolare e dallo spirito autentico e proprio, dall’altra insegue un successo planetario che, ovviamente, è in conflitto col primo obiettivo. Così o continua nel suo approccio e si frustra perché constata che il successo non arriva o cerca di “svendersi”, generando doppia frustrazione, dato che il sistema non lo valorizzerà comunque mai, ma al massimo e in rari casi lo ingollerà per poi sputarlo.

Come nel sociale scompare una vera e propria differenziazioni in classi che non siano di solo reddito ma di vera e propria appartenenza culturale, così avviene parallelamente nel mondo musicale. L’accorpamento di tutto il sociale ad un’unica classe avente gli stessi valori ed obiettivi, pur entro fasce di reddito differenti, è lo stesso meccanismo, in parallelo, che segue l’ambito artistico-musicale.
Ciò, oltre l’inaridimento generale della proposta, porta insoddisfazione all’artista, che deve inseguire obiettivi uguali per tutti, raggiungibili solo per pochi e solo per poco tempo, vacui (lo Star System, dal micro al macro, mangia e sputa, dopo averli plasmati, artisti in continuazione e dalle stelle in breve ci si trova nelle stalle).

Il principio è simile al colonialismo: una cultura minoritaria (l’underground musicale) viene invasa da una cultura maggioritaria (il mainstream) che la sfrutta, quest’ultimo finisce col prelevare e plasmare contenuti per portarli nel proprio mondo, ciò ha per effetto non il fantomatico “far conoscere una cultura minoritaria ad un pubblico maggiore”, ma il colonizzare quest’ultima svuotandola di reale contenuto e privandola delle sue caratteristiche fondanti. Un prodotto da esibire sull’ampio listino dei pre-inscatolati.

Se vediamo una band “alternativa” calcare i palchi dei talent non dovremmo rallegrarci perché con ciò il mondo underground potrà giungere finalmente al grande pubblico, ma semmai constatare come (a nostro avviso purtroppo) il sistema mainstream stia ultimando il suo intento di mangiarsi tutto. Divenendo unico riferimento sia per i fruitori sia per i musicisti.

Chi dovrebbe far parte di un ambiente musicale underground (di nicchia), o chi comunque segue un certo tipo di musica di un panorama cultural-specifico, non dovrebbe interessarsi affatto di situazioni quali talent show o palinsesti musicali di intrattenimento massificato come festival e sottofestival di ogni tipo. Ciò non necessariamente per una qualche battaglia ideologica o presa di posizione ma, banalmente, perché ad una persona che realmente coltivi interessi “altri” tali cose non dovrebbero proprio interessare. Laddove un poeta come Ungaretti (o un suo eventuale lettore) sicuramente non si interesserebbe di Fabio Volo e naturalmente un appassionato di Kubrick non passerebbe le serate a guardare i film dei Vanzina: non per un motivo necessariamente ideologico ma semplicemente per il fatto che, ammettendo queste persone come consapevoli e coerenti con se stesse, ovviamente non proverebbero interesse per ciò. Il fatto che in ambito musicale sia invece oggi totalmente normale che, ad esempio, un assiduo frequentatore di certi ambiti musicali specifici (per intenderci: dai Fugazi ai Tortoise, da La Monte Young fino a Coltrane ecc. ecc.) si interessi poi di meccanismi commerciali mainstream e trovi normale seguire tali palinsesti (dall’on-demand, agli show televisivi, alle piattaforme on-line) riteniamo ci dia una mappa della situazione e dei reali interessi che investono un certo tipo di ambito ormai simil-sotterraneo, e ciò ci spiegherebbe in seconda istanza uno dei vari motivi organici per cui tale panorama si sia sfaldato.

The talent Show

Una sera ad un evento “trash” a cui andai di gran malavoglia un ragazzo vestito punk vicino a me commentò pressappoco una cosa del genere: «Noi punk una volta esistevamo apposta perché detestavamo questa musica, ora la balliamo»; questo ritengo sintetizzi un po’ la questione.

Quando dunque si parla di talent, di palinsesti e piattaforme, di strategie di marketing e visibilità, di tecniche di comunicazione, di social media manager, di quantità di visualizzazioni e numero di clic, non si tratta tanto di porre una opposizione necessariamente ideologica, ma molto semplicemente del fatto che tali cose, in qualità di musicisti e/o ascoltatori di musica che vorrebbe essere culturalmente e validamente “alternativa”, non dovrebbero semplicemente interessarci. Mentre oggi si trova “normale” condividere brani degli Swans o degli Slint, degli Spacemen 3 o degli Oneida, di Coltraine o Mingus, di Steve Reich o della Holter, per poi andarsi a seguire febbrilmente la finale del talent o del festival di turno.

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