Pan-Pop (pt. 1)

Stage PanPop
Il tutto-pop della musica e la supremazia della massa

Da ormai diverso tempo a questa parte si tende ad assumere come un dato di fatto che la musica debba possedere per intero una dinamica di riscontro di natura Pop, quindi che tutta la musica si valuti in base al raffronto popolare, quindi che la massa stabilisca quale musica sia valida.

Ciò rischia di creare grosse problematiche per quello che la musica in realtà è o che comunque è stata nei tempi in cui definì se stessa in quanto appunto Musica. In essa si differenziarono differenti tipi di approcci, in cui in realtà quello più “virtuoso” si distanziava alquanto dal considerarsi in base al riscontro popolare.

La musica intesa come arte, la critica e quello che oggi definisco l’underground musicale, partono infatti, o dovrebbero partire, dal presupposto opposto, ovvero della presunta autenticità e indipendenza dell’atto creativo, presupposto ancora oggi spesso sbandierato ma poi mai realmente adottato.

L’assoggettamento poi della Critica al diktat pop ha creato la vendita degli spazi pubblicitari e delle recensioni, ha gettato i critici nella massa, li ha privati del loro status e ha svuotato la critica del suo reale ruolo, scoprire ciò che alla massa sfugge, contribuire a creare delle “nicchie”. Penso a quante band devono alla critica il fatto di essere arrivati a qualcuno, di essere sopravvissute, e la domanda che viene da porsi è: “Oggi che ne sarebbe di queste?”

L’appiattimento del sistema critica poi altro non è che un aspetto di un meccanismo più ampio che parallelamente, nel sistema musicale in generale, diviene appiattimento qualitativo della musica tutta.

Ho sempre approcciato la musica in maniera piuttosto dicotomica (divisa quindi in due poli separati) divisone che, anche se non perfettamente aderente al reale, resta comunque utile per comprendere certe dinamiche.

Da una parte c’è chi la musica veramente “la fa”, dall’altro chi la porta sui palcoscenici, chi la imbelletta per il grande pubblico. In pratica chi lavora per la storia della musica e chi lavora per il folklore musicale di un determinato momento (di fatti se andiamo a vedere tutte le grandi hit della contemporaneità tendono a non avere riscontro storico, non entrano a far parte di una narrazione complessa e globale che è “la storia della musica”, ma spariscono nel lasso di tempo che si esaurisce il loro hype, eventi istantanei e non percorsi storici).

Questi due ambiti li vedevamo una volta, per quanto sfumati, comunque più separati. Da una parte c’era chi si concentrava sulla musica vera e propria, dall’altra chi invece prendendo quella musica ragionava su come farla giungere al pubblico. Oggi tutto è portato alla seconda categoria, tanto che è considerato assurdo il non pensare a cosa vuole il pubblico, il non ragionare su cosa fare per piacere.

Il principio da cui parte la musica intesa come arte e l’arte in generale, anche se effettivamente non cosi ben scandito, è teoricamente opposto: l’artista, nella sua opera, esprime se stesso e lo spirito della storia tutta che si dipana in lui e tramite lui, è il pubblico poi che cerca e decide di avvicinarsi, lasciandosi alle volte provocare, alle volte ispirare, lasciandosi portare un po’ più in là di dove si è. L’artista ispiratore e “maestro”, che guida il suo pubblico attraverso l’esperienza tutta, riflessa nella sua arte.

Ripensiamo per un attimo a quanta arte del passato, non solo in ambito musicale, non è stata compresa dal grande pubblico se non con estremo ritardo o addirittura mai. Cosa ne sarebbe stato di questa se i rispettivi autori avessero deciso di accontentare il gusto del grande pubblico? Tendiamo a dimenticarci che un numero considerevole di artisti del passato è stato notato solo molto dopo il loro periodo di attività e nonostante ciò la loro opera si è sviluppata secondo vie proprie, non rinnegandosi per accontentare il pubblico-massa del periodo. Oggi questi artisti probabilmente accetterebbero semplicemente di modificare le loro creazioni per renderle più vendibili, cosi che noi saremo privati di moltissimi capolavori. Quanti di questi non vedranno mai la luce a causa della nostra ignoranza?

Oggi, come mostrato, il pubblico ispiratore detta all’artista cosa esprimere ed è l’artista che si avvicina al pubblico, non viceversa. Ciò non può che creare appiattimento, soprattutto ragionando sul come oggi il pubblico si approccia alla musica e su quali passi quindi è costretto il musicista a compiere per accontentarlo.

Detto in breve l’artista dovrebbe occuparsi di “educare” il pubblico mentre in realtà si preoccupa di “accontentarlo” con, tra le altre conseguenze, quella di impigrire ulteriormente il pubblico stesso che smetterà ancor più di ricercare rinforzando ulteriormente il meccanismo.

Tenendo presente questo ragionamento la conclusione è relativamente semplice: la musica non è arte, è divenuta puro intrattenimento, deve andare incontro al pubblico, deve accontentarlo e sollazzarlo per il breve fuggevole momento che intercorre tra il Play e lo Stop.

Dove l’arte deve invece stimolare, deve ispirare, deve struggere ed innalzare, donare esperienze di vita.