Pan-Pop (pt. 2)

Pan-Pop_2
IL TUTTO-POP DELLA MUSICA E LA SCOMPARSA DELLE NICCHIE

Strategie commerciali, marketing, pianificazioni social, pubblicità … oggi ogni musicista è obbligato a pensare e gestire una enorme serie di fattori che con la musica nulla c’entrano. E sono gli stessi artisti ad avallare questo meccanismo, ad averlo lentamente avallato nel tempo.
E in tutto ciò quando si pensa veramente a suonare, a comporre, a creare?

A una band che oggi vuol partire appare subito evidente una cosa: non basta suonare bisogna imparare a vendersi bene, a sponsorizzarsi. Ed anzi tali attività diventano esplicitamente le principali di cui ci si deve preoccupare, ciò ovviamente a scapito della qualità della composizione.

Ascoltando infatti le discussioni e le problematiche dei musicisti queste non riguardano quasi mai il come realizzare della grande musica, ma il come arrivare a molta gente, in pratica il come diventare famosi e non buoni musicisti. Il fatto che poi quello che si fa potrebbe essere mediocre tende a non toccare neppure vagamente la mente dell’artista d’oggi.

Invece che studiare la musica si studiano le strategie social, invece che la storia della musica (che ogni musicista dovrebbe conoscere bene, almeno per la parte che lo riguarda più direttamente) si studia lo sviluppo del marketing, invece di domandarsi quale sia il senso del far musica ci si domanda quale sia il meccanismo per diventare famosi, invece che mettersi ad occhi chiusi ad ascoltare un disco ci si mette davanti al PC ad ascoltare un tutorial sul come promuoversi.

Quelle che una volta chiamavamo “le scene”, le varie nicchie musicali, sopravvivevano al di fuori del meccanismo della fama (fama che se arrivava lo faceva come evento collaterale e non come obiettivo principale) ed anzi era proprio il loro modo di essere nicchie che gli permetteva di sopravvivere. Nutrivano i musicisti come i musicisti nutrivano queste, con la consapevolezza che se si vuol crescere individualmente bisogna far sì che l’ambiente che ci sta intorno cresca con noi e noi con esso. Fuori dall’autoaffermazione egomaniaca. Fu questo ad esempio per gli Slint e la scena di Louisville, per i Can e la scena tedesca dei ’70, i Soft Machine e la scena di Canterbury, Dylan e il Greenwich Village e gli esempi potrebbero essere infiniti. Ogni band è legata alla propria scena di sviluppo come la scena ai suoi artisti, eliminando una si nega l’altra.

Un ambiente reale, tangibile, è fondamentale per la crescita di una band o di un musicista. La fertilità di un background collettivo da cui attingere e al quale a propria volta contribuire è un meccanismo sostanziale per lo sviluppo di certa musica. Bisogna vivere una scena, essere in grado di “sporcarsi” in prima persona, ascoltare molto, partecipare molto. Il virtualismo che invece spinge oggi alla musica, l’inseguimento di stereotipi basati sul consenso del grande pubblico e sulla creazione di buoni personaggi più che di buoni musicisti rischia di appiattire questo universo definitivamente.

Ovviamente nella realtà tali situazioni di nicchia risultano sfumate e sicuramente non puramente paradisiache, ma contribuiscono a formare idee ispiratrici portando a vivere l’esperienza musicale sulla pelle. Dove oggi si è invece sempre più spesso chiusi nei propri tuguri ad ascoltare gli stessi brani che orami si stanno ammuffendo nelle menti e ad invidiare le rock-star per il loro successo; o peggio ancora a non ascoltare nulla arrabbiandoci perché gli altri non ascoltano noi, rivelando tutta l’egomania dei nostri tempi, che porta ogni musicista ad ascoltare sempre meno volendo al contempo essere ascoltati sempre più.

Bisognerebbe forse solo tornare ad ascoltare molta più musica e a ricercare molto di più, diventare “cacciatori di album” senza accontentarci di quello che semplicemente ci arriva scorrendo le canoniche play-list che si vendono bene e che incasellano tutti brani simili per permetterci di svuotare il cervello una mezz’ora. Tornare ad ascoltare veramente, immergersi nella musica e lasciarci ispirare. In primo luogo in maniera fisica: sul proprio territorio, ai concerti.

Ciò richiede però sforzo, ci impone di essere attivi ricercatori e non solo passivi fruitori. Ci impone di sforzarci prima di gioire (come diceva Leopardi: “Piacer figlio d’affanno”).

Si tende a imparare a suonare non grazie alle esperienze dirette, si vuol suonare sulla spinta degli hype digitali e del richiamo della fama che suscitano programmi come ad esempio i talent. È la spinta dal basso quella che manca, quella che porta a raggrupparsi sotto al palco per creare un ambiente da vivere e non solo del tempo da far passare, quella che porta a confrontarsi, mischiarsi, contaminarsi, crescere in comune e fare discussioni musicali di ore, quella che porta a voler suonare per amore della musica e non della fama personale. Quella che porta a domandarsi come fare della grande musica e non come diventare una celebre star.

Questo ci manca… o forse dovrebbe mancarci…