Rainbow Island “ILLMATRIX”

rainbowisland

CD 2020, Artetetra

“Un’odissea tropical-futurista di dub gorgogliante e riddim aleatori”, queste le parole dei membri del collettivo Artetetra – avanguardia nazionale per tutto ciò che riguarda le sonorità più coraggiosamente “altre” – per presentare il nuovo lavoro del quartetto romano Rainbow Island. Vero in parte: l’arcobaleno di colore che caratterizzava i precedenti lavori vira in questo “ILLMATRIX” – titolo assolutamente programmatico – verso tinte acide e oscure, dando vita ad un ambiente da incubo fantascientifico, un brutto trip che ci catapulta in un visionario futuro distopico.

L’esordio è “soft”: Jesterbus Ride prende le mosse da liquide sonorità elettroniche che echeggiano certi esperimenti da library music italica Anni ’70 (Zanagoria), da cui presto emerge e monta un raga dub ipnotico, vibrante e disturbato, ingabbiato in una solida struttura ritmica. Gran bella cavalcata, che inizia a sfilacciarsi nella successiva Cacao Hip Mini, rapido intermezzo affilato e affollato da voci distorte che fanno capolino e si perdono nel nulla, lasciando il posto a una coda di percussioni e timpani. E con Snek Bump Trick la sostanza inizia a fare effetto sul serio: una pioggia di bassi e voci deformate dall’acido, percussioni e beat spastici che si susseguono in una sorta di nenia diretta non si sa dove. Atmosfere malate di un Sun Araw sottoposto a iniezioni cronenberghiane di dub o incrociato geneticamente con i migliori Black Dice.
Con Goji Fusillade i colori lasciano definitivamente il posto a tinte più cupe, e si sprofonda negli abissi della psiche. Il ritmo rallenta e si sfoca, i bassi si fanno ancora più bassi, le litanie più sinistre. La caduta non ha fine (Obstrusive Spawning), sembra di essere incastrati nel più brutto dei trip o nelle maglie del tesseratto di Interstellar, senza vie di fuga. Voci assurde, stridii elettronici su una gabbia ritmica dalle maglie fitte (Dropzone), sembra non ci sia modo di uscire da questo incubo in bianco e nero.
Un po’ di verde acido torna nel dub-riddim di Moan Fi Dem, che subito si stinge e si infrange nei mille frammenti di cristallo di Shallow Harambola, sorta di punto morto spazio-temporale. Simmia offre un attimo di respiro col suo raga dub pompato, liquido e malato. Un suono acidissimo, sembra di farsi largo, danzando, in una giungla aliena, o in un videogame. Che subito dopo, con Paywall Dub va in crash, e ancora una volta non se ne esce. E’ l’apice del trip, lo zenit della malattia nei sette minuti e mezzo di Master Morbo, tra continui pitch shifting che speri ti facciano cacciar fuori l’acido che ancora ottenebra il cervello, ossessive litanie anecoiche e una lunga deriva di sibili e rumore. Chiude Dreamerz, nubi sature di elettricità, un incedere lento, fumoso e fumato. Un ritorno alla realtà o i resti di un mondo post atomico?

Un viaggio stordente che impressiona sia per la capacità di rappresentare in maniera vivida e ricca un futuro lontano e non augurabile, sia per l’abilità di raggiungere nuove periferie di quello sterminato territorio che è la psichedelia in musica. D’effetto.