San Leo “Mantracore”

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Cd & Lp, 2020, Bronson Recordings | krautrock, post-metal, post-rock

I San Leo sono “m tabe” e “inserire floppino”. Ovvero Marco Tabellini alla chitarra e Marco Migani alla batteria.
Provengono dalla Romagna sud orientale e dal 2013 pubblicano Lp e producono live in giro per la penisola.
Mantracore è il loro quinto lavoro, dopo “XXIV” del 2015, “Dom” del 2017, “Y” uscito nel 2019 e “Pyramis”, ripreso live nello stesso anno.

I “Marchi” si conosco da giovanissimi grazie a giri di amicizie musicali comuni e frequentazioni in quel del romagnolo, tra live, sperimentazioni ed ibridazioni. I due cominciano ad incontrarsi e a suonare, dei brani vengono fuori, dai brani nasce la band.

Mantrcore è registrato presso il Blue Audio Studio di Gradara da Yuri Pierini tra luglio 2019 e gennaio 2020. Un lavoro dunque che rispetto ai precedenti si sviluppa sulla lunga distanza, meno istintivo rispetto al passato e con una dose in più di ragionamento “a tavolino”. Mentre prima si andava componendo brano per brano generando poi il disco, ora si pensa prima il disco, poi si lavora sui brani, in immersione. I due lunghi pezzi si originano infatti, come i passati, da una presa diretta batteria-chitarra, ma questa volta il lavoro di “arricchimento” delle chitarre è più ampio, donando molto respiro e molta ampiezza di suoni.

Il disco è realizzato da Bronson Recordings. È disponibile sia in vinile che in cd. Il mastering è stato affidato a Giovanni Versari. Gli artwork, come sempre, sono ideati e realizzati dalla band stessa.

Definire il sound dei San Leo è complesso, il duo evita etichette di genere, chitarra e batteria sono suonate in maniera spesso non convenzionale e la sensazione di base è quella di sentire dei metallari dediti ai racconti mitologici che si buttano sul free jazz più selvaggio. Il risultato è sempre una pasta compatta di percussioni e vibrazioni che si uniscono in un magma unitario e ipnotico. Il tutto risuona ciclico. Come appunto un mantra. Dove gli strumenti lavorano sempre per realizzare una somma complessiva al di la delle parti. Come direbbe la psicologia della Gestalt: “l’insieme è più della somma delle parti”.

Due pezzi lunghi, uno per lato del vinile: “Mantracore” e “MM”. Tutto, come sempre, senza cantato.

Il primo brano si apre con accordi di piano che si abbattono come rintocchi oscuri. Lentamente uno sferragliare di piatti come catene struscianti emerge. Una vibrazione di corda con insistenza di tamburo cresce, sale, si inerpica sulle nostre gambe. Un suono ci sta lentamente scalando, un rullante macina sulla vibrazione della chitarra e la tensione aumenta. Si tende sempre più per poi lasciarci ricadere.
Un magma oscuro si dipana su vibrazioni di corde acute e il charleston diviene il nuovo andare sbuffante della locomotiva. Un flusso di tensioni e distensioni, un nuovo stop, tra liquidi accordi e ticchettii come di ingranaggi.

La chitarra oscilla tra singole corde affilate e vibranti, accordi distesi e tuffi in dense superfici laviche fatte di basse frequenze pastose. L’apparato di sei corde dei San Leo non si esprime infatti in riff e fraseggi, ma oscilla tra vibrazioni di tremolo incalzanti, accordi solenni calati come sciabolate, droni densi e luccichii brillanti. Si gioca con i suoni, la chitarra diviene pura vibrazione.

Qualcosa richiama alla mente il medioevo e grandi lande di guerrieri. Battaglie che ora esplodono ora si arrestano lasciando sui campi un vento calmo prima del prossimo assalto.

La batteria non si limita a battere nei San Leo, ma crea affastellamenti di colpi liquidi su gran casse spesso continue ed ossessive. Niente ritmi cassa-rullo o standard, qui siamo alla deflagrazione ritmica e, tra una distensione di piatti ed un’alta, all’incalzo più ossessivo di colpi senza tregua. Anche nelle distensioni c’è quasi sempre qualcosa che ticchetta: un charleston, un legno, una meccanica. Un mordente continuo. Un mantra dove non è difficile figurarsi Samurai intenti in somme battaglie tra il vento.

Non è musica rateizzabile che si piega ad ascolti spezzati, è musica ciclica che sembra sempre ritornare a se stessa in una montagna russa di saliscendi, a volte vola alto tra cieli di frequenze acute per poi ritornare in basso dove campeggiano leggere pause. Il tutto va ascoltato in immersione nel flusso continuo.

Il secondo brano, “MM”, si presenta con una schitarrata noise di plettro continuo ad ampio raggio. Fin quando la batteria entra di prepotenza con cassa e timpano continui e ampie sferzate di rullante. È un assedio. Ma la chitarra si cadenza e qualcosa si fa largo.
Dei passi come di animale pesante risuonano. Una gran cassa annuncia che qualcosa di grosso si avvicina. Un fulmine prorompe dalla chitarra per proseguire in battiti di tuono. La batteria corre, è partita al galoppo.

Nel finale rapide folate di piatti. Una marcia da dove fuoriescono voci di corde, fino a trasformarsi in un muro acido che ci investe sopra una batteria impazzita su un rullante che sta per esplodere, la chitarra diviene schizofrenica, un drone sale e Fine.