Shame “Drunk Tank Pink”

shame

2021, Dead Oceans | post-punk

Davvero una bella sorpresa questo secondo album dei londinesi Shame, uno scrigno di ricchezze che coniugano la potenza hardcore della nuova scena d’oltremanica capitanata da Idles, Fontaines DC, TV Priest e compagnia con un post punk d’annata di alta caratura, ingredienti miscelati in tracce dalla struttura libera, capaci di prendere direzioni spesso inattese. Un’identità più indefinita, inafferrabile, meno immediata e “digeribile” rispetto a molte band connazionali affini per sonorità, ma al contempo un disco, “Drunk Tank Pink”, che trasuda inglesità nel suono, nella voce del frontman Charlie Steen, nelle ambientazioni delle storie narrate e nel senso di spaesamento, malessere e solitudine che da esse trasuda.

L’iniziale Alphabet è già un classico, col suo post punk sbandato, ballabile e veloce memore di Gang of Four, Fall, Wire e Mission of Burma, seguita da Nigel Hitter, ancor più sbilenca, che aggiunge al lotto Talking Heads e XTC (Making plans… sarà un caso?). Born in Luton alza ulteriormente il tiro, sembra uscita da un “Remain in Light” senza luce, con una disperazione inizialmente tenuta sui binari ma che presto si sfalda in una coda sfilacciata e dilatata. Chitarre quadrate (March day, 6/11), istrionismi alla Mark E. Smith (Water in the well) e tensioni hardcore (Snow Day) conducono a Human, for a minute, synth punk/darkwave cupa che trova luce e ossigeno nel finale, per l’episodio meno chitarristico del lotto, quasi un corpo alieno nell’album. Ci pensano il punk di Great Dog a riportare l’album sulla sua rotta, incedere dritto e furioso, e Harsh Degrees, episodio anfetaminico dal titolo programmatico, parente d’oltreoceano del noise dei Daughters. La chiusura spetta a Station wagon, lunga, lenta, che dall’atmosfera soporifera e onirica dell’inizio pian piano si sveglia in un crescendo di consapevolezza nera e rabbia, che monta e monta, fino a un lento sgonfiarsi di rassegnazione finale.

Un album dal DNA marcatamente britannico, dal songwriting che, pur debitore di numerosi padri, riesce a trovare una propria identità forte e sfaccettata: ben più ricca e poliedrica della spesso monodimensionale produzione inglese odierna, il più delle volte appiattita su testosterone e una pur troppo ostentata political “consciousness”.