Spotify e Biopolitica

s


È di non molto fa la notizia che Spotify stia valutando l’inserimento di una nuova funzione psicometrica che monitorando l’audio recepito dallo smartphone, rumori e suoni compresivi di conversazioni, il tono della voce e quant’altro, lo processi stabilendo la psiche umorale dell’utente elaborando poi dei “consigli” riguardanti ascolti su misura magistralmente proposti dall’algoritmo. L’idea ha suscitato le resistenze di una parte della comunità di musicisti, nella fattispecie perché produrrebbe quella che è una ovvia invasione della privacy.

 

. La gestione dei dati

Tali questioni sono da qualche anno al centro di certi dibattiti ed anzi sono probabilmente “IL” dibattito del nostro secolo, seppur i sistemi mediatici e quindi l’opinione pubblica tendano a concentrarsi più su altre questioni probabilmente oggi più funzionali, dove infatti pochi hanno ben presenti alcuni avvenimenti fondamentali degli ultimi anni, quali Datagate o i vari dibattiti inerenti la profilazione e vendita dei dati (es. Cambridge Analytica, società di web marketing, che lavorò nella campagna presidenziale del 2016 di Donald Trump per la quale utilizzò i dati di 50 milioni di utenti di Facebook indirizzando annunci e propaganda mirata, influenzando potenziali elettori). Per i più la questione si risolve in qualche lieve perplessità nel mettere un clic per l’accettazione di “cookie”, la cui essenza e funzione tende però a sfuggire (cookie : In informatica, file di servizio che viene inviato da un sito Internet all’utente che si colleghi con esso, allo scopo di registrarne l’accesso e di rilevare altri dati; è usato in alcuni casi per favorire l’interattività, in altri per ottenere informazioni in modo surrettizio – da Vocabolario Treccani).

Come ci dice Eric Schmidt, amministrazione delegato di Google e adesso nel CDA, “Se decidessimo di registrare tutte le comunicazioni umane dall’alba dei tempi al 2003, occuperebbero circa 5 milioni di gigabyte di spazio di memoria. Oggi creiamo quella quantità di dati ogni due giorni”. Tale enorme proliferazione genera, ovviamente, nuove prospettive di gestione e di controllo non ignorabili.

Fu Edward Snowden, l’informatico alla base dello smascheramento del suddetto Datagate (info: https://bit.ly/3fNXqvm), ad evidenziare che: «Affermare che la privacy non ci interessa perché non abbiamo nulla da nascondere è un po’ come affermare che la libertà di parola non ci interessa perché non abbiamo nulla da dire. Che la libertà di stampa non ci interessa perché non ci piace leggere. O, ancora, che la libertà di riunione non ci interessa perché siamo individui pigri, asociali, agorafobici». Tali libertà sovrastano tali considerazioni e sono relative ad una sfera sociale e politica ben più ampia. Sottostimare questi aspetti in un’ottica qualunquista basata su considerazioni superficiali renderebbe alquanto difficile spiegare, ad esempio, ad un dissidente politico, ad un rifugiato, o allo stesso Snowden (che da anni è costretto a vivere sotto copertura), che la questione della privacy non è una questione importante.


. Big data e Big Tech, profilazione e biopolitica

Da un po’ gli eventi e le decisioni inerenti i Big Data e la loro gestione (Big Data Analytics: https://bit.ly/3fOTJoQ) e Big Tech (le enormi aziende private che gestiscono tali dati) sono alla base di ampi sviluppi sociali. Senza volerci qui addentrare in dettagli, accenniamo che da anni le prime aziende mondiali per fatturazione sono tutte aziende digitali e queste hanno un fatturato monopolistico che tende a surclassare i precedenti monopoli. Tali sistemi hanno come principale attività la gestione dei dati e la profilazione (uno strumento del cosiddetto marketing mirato, che fa ampio uso di questa e altre tecniche per ottenere accurate analisi dei potenziali clienti, operando spesso al limite del legalmente consentito, quando non oltre – da Wikipedia): ovvero il realizzare un profilo dell’utente in base alle sue ricerche, alle sue frequentazioni e discussioni in rete ed altro, da utilizzare poi come “merce” da vendere cosi da realizzare target commerciali e non solo: andando successivamente ad influenzare acquisti, scelte ed anche opinioni dell’utente. La questione, su cui appunto non si può sorvolare con argomentazioni qualunquiste, è che l’identità viene innanzitutto violata, scorporata e analizzata da aziende private enormi che fanno profitto su ciò senza che l’utente comprenda a pieno tale meccanismo e le sue conseguenze; in seconda istanza ci sarebbe da riflettere sul fatto che la stessa identità diviene così un surrogato fantasmatico, una merce, e in quanto merce deve essere ovviamente standardizzata, semplificata ed etichettata per essere venduta.
Cosa comporta tutto ciò per le persone?

Tali sviluppi si innestano su di un paradigma biopolitico da molto in via di sviluppo (biopolitica in Treccani: https://bit.ly/2SUonnM). Una graduale ed evidente svolta, avuta in particolare nel nostro secolo, verso un controllo politico (dove con politica non si deve intendere la sola attività “partitica” ma l’insieme dei meccanismi di gestione sociale) che non si occupi solo delle dinamiche pubbliche inerenti il cittadino, ma di un controllo ampio della persona privata, per cui dell’uomo e del vivente in generale (bio = vita; politica = pratica del governare). La storia umana ci mostra società dove la gestione è tendenzialmente limitata alla sfera pubblica, i nostri tempi da molto si stanno sviluppando verso una gestione totalizzante della vita dell’individuo: la sua formazione, i suoi gusti, le sue idee, le sue attività quotidiane, la sua salute, il suo lavoro, la sua sicurezza ecc. tutti questi divengono gradualmente ambiti che, tempo addietro affidati alla libera decisione e gestione personale, sono investiti da una gestione amministrata.
Da anni lo sviluppo, in particolare il tecnologico, insegue tale esigenza di gestione della stessa vita con motivazioni tendenzialmente orientate alla sicurezza e al benessere, ma che inevitabilmente producono una serie di conseguenze altre. Come ci dice, ad esempio, Roberto Saviano: «Non è vero che un controllo indiscriminato ti porta protezione. Serve al controllo politico. Tutto questo lo permettiamo da anni», e lo stesso Snowden più volte fece notare che gli iper-controlli svolti dagli USA a scopo anti terroristico mostravano chiaramente una dispersione delle risorse più per il controllo sociale che non per un autentico anti-terrorismo, una sorta di pretesto.

Il controllo e l’omologazione degli individui come meccanismo collegato alla gestione biopolitica si tende poi ad applicare in ogni circostanza. Così sviluppi politici, sociali, culturali, emergenziali, artistici ecc. tenderanno a dare per scontato che la miglior via da seguire sia quella parallelamente orientata al maggior controllo, oggi malauguratamente collegato ai concetti di sicurezza e benessere. Una logica che tende a promuovere soluzioni in linea con il parallelo bisogno di controllo sociale e di omologazione. Per quanto poi tali procedimenti possano manifestare la loro inutilità inerente lo scopo iniziale dichiarato, vengono infatti puntualmente prolungati.
Ed è su tal stessa scia che si situa il meccanismo della profilazione dei dati utente e la stessa nuova funzione di Spotify, la quale giunge con inquietante naturalezza e senza porsi problema a sdoganare un meccanismo in realtà per l’appunto da tempo sdoganato: la possibilità per una azienda privata di andare ad ascoltare, tramite lo smartphone, i rumori che abbiamo direttamente a casa, processarli e trasformarli in consigli, dopo che un algoritmo abbia svolto la pretesa di psicanalizzarci.
Solo pochi anni fa si sarebbe apertamente parlato della necessità di aprire un ampio dibattito per valutare approfonditamente le questioni in ballo: quale logica persegue, se questa possa essere legittima, quali conseguenze può portare. Oggi sembrerebbe che basti la promessa di “comodità” “praticità” e “sicurezza” che tali sviluppi offrono per poterli avallare. Ci basta l’uso che ne facciamo, ragionare in ottica più ampia è considerato sciocco, retrogrado ed inutile (ed oggi, ironicamente, “complottista”).


. Profilare ed influenzare

Quale è poi il limite tra il consigliare e l’influenzare? Conosciamo la potenzialità “ipnotica” dei moderni dispositivi digitali, potenzialità ampiamente verificata e studiata, anche se spesso sottovalutata. Fino a che punto possiamo dunque essere certi che un consiglio datoci, una campagna sponsorizzataci o altro, non ci stia più che altro influenzando? Quando navighiamo si sottovalutano i vari contenuti che arrivano, ci si ferma a ciò che è manifesto e si considera ridicolo il solo pensare che una serie di messaggi possano esser pervenuti inconsciamente e non solo a livello pubblicitario, i post che vediamo su un social sono infatti filtrati da algoritmi, così i video su una piattaforma o i contenuti che ritroviamo su un motore di ricerca. Non stupisce sapere che alcuni governi hanno imposto un Google che fa ricerche censurate.

Possiamo dire che la profilazione ha due sorta di fasi: quella “passiva”, dove l’algoritmo raccoglie dati atti a creare un profilo (che è in realtà una persona e non una somma di dati), li organizza e li classifica stabilendo il se digitale dell’individuo, poi una fase “attiva”, dove il meccanismo della profilazione stessa va ad influenzare l’utente sfruttando i suoi precedenti interessi per crearne di nuovi, che siano ovviamente univoci semplici e standard, ovvero adeguati al sistema del mercato digitale che non tollera eccessiva varianza. Nell’ambito dei gusti musicali quindi è ovvio che una eccessiva ricercatezza non potrebbe che inficiare tale schema. Come nell’ambito delle opinioni: chi ne ha di troppo varie e ricche risulta un cattivo utente, difficilmente utilizzabile.

In ambito politico lo sfruttamento dei dati è ampio. Gli “strateghi digitali” della politica, figure ampiamente adoperate da anni, non avrebbero infatti senso fuori da questa ottica e se l’individuo fosse veramente un individuo autonomo e originale. Già l’idea base che un politico d’oggi debba avere un consulente di immagine che gestisca in particolar modo la figura digitale del personaggio stesso, manifesta in pieno la questione. Il marketing politico indiretto esiste da anni, ha i suoi professionisti ed è spesso collegato con strategie di disinformazione. Il sistema digitale di gestione dei dati vi si ricollega.
Il vedere cittadini che, di fronte ciò, si ritengono poi totalmente indipendenti, come se tutti questi meccanismi e queste figure stessero lavorando a vuoto, manifesta l’enorme incoerenza dei nostri tempi. Oggi nessuno si definirebbe come influenzabile; se davvero non lo fossimo la totalità del marketing contemporaneo, oggi una delle branche più inseguite, non avrebbe senso di esistere.

L’elaborazione e il possibile inserimento della nuova funzione di monitoraggio psicometrico di Spotify, la quale si innesta su moltissimi dispositivi già in atto, si innesta su tale dinamica che tende a creare un nuovo standard sociale, il quale però pare non ben ragionato in tutte le sue funzioni e conseguenze.
Come sostenne James Bamford, giornalista investigativo: “Ora che le persone esprimono i pensieri più intimi via e-mail, affidano cartelle cliniche o documenti finanziari alla rete e parlano di continuo al cellulare, l’agenzia è praticamente in grado di entrar loro nella mente oggi molto più che negli anni 70”.

n


. Il monopolio dell’algoritmo

Spotify tende a monopolizzare i nostri gusti musicali come altri colossi digitali tendono a fare lo stesso su altri campi, andando alla fine dei conti a determinare (almeno in parte) l’individuo stesso. Rifiutare tale argomento sarebbe un po’ come negare di avere una psiche ed un inconscio che sfuggono al nostro pieno controllo. Siamo esseri influenzabili e determinabili dall’esterno, l’autonomia e l’originalità non sono presupposti, sono conquiste, considerarle presupposti è proprio ciò che ne impedisce il conseguimento. E nel frattempo si finisce in bocca a sistemi che ci sovra-determinano.

Si vuol accostare l’uomo all’algoritmo. Deve essere “gestibile”. Vi è però un elemento di base che pare non essere percepito: il fatto che le persone in qualità di esseri viventi hanno caratteristiche fondamentali che un algoritmo o una pianificazione mai potranno avere, dove la vita eccede la comprensione e il controllo che noi possiamo avere su essa. Tali caratteristiche non sono però scontate e vanno preservate, ma il proliferare di tali meccanismi finisce inevitabilmente col chiudere l’utente nella bolla per lui idonea, dove si inseriscono procedure che determinano l’individuo come fosse una macchina: propongono pacchetti standardizzati, effettuano previsioni su futuri sviluppi dei gusti, la cui efficacia palesa l’accostarsi dell’uomo al meccanismo. La bolla non può poi che restringersi sempre più offendo all’individuo (in tal caso mero utente) contenuti sempre più limitati e uniformati che divengono la nuova forma di esperienza contemporanea: non più il mondo, ma la rete è il luogo delle esperienze della contemporaneità.
Eli Pariser, fondatore di avaaz, disse: “Per definizione un mondo costruito a partire da quello che ci è familiare è un mondo nel quale non c’è niente da imparare”. E così è: un mondo basato sulla ripetitività dell’algoritmo e non sulla varietà del reale non può che impoverire.


. L’algoritmo e l’individuo

Quando si opera in tali direzioni non si stanno solo creando algoritmi, burocrazie e soluzioni tecnologiche, ma si stanno, almeno in parte, creando individui. Individui plasmati però secondo tali schemi rischiano di somigliare sempre meno ad esseri viventi e sempre più a macchine. Cosa che in realtà per alcuni potrebbe pur sembrare un guadagno. Capiamo però davvero dove stiamo andando?

Il mondo è un luogo vivo e il sistema natura è composto di infinite invisibili variabili che vivono di organicità ed equilibrio. La natura può esser vista come crudele ed orribile matrigna o come benevola e meravigliosa madre, al di là di ciò resta che la natura “non sbaglia”, perché i suoi meccanismi vivono sempre di una unità armonica e laddove può sembrare di scorgere errore si manifesta in realtà la semplice regola dell’equilibrio. Ciò non fanno i sistemi creati dall’uomo ed ancor meno i sistemi tecnologici che si svolgono su parametri fissi.

Lo stesso fatto che nel nostro mondo esistano figure quali agenti di marketing ed influencer, figure ampiamente riconosciute e retribuite, esplicita la presenza di una umanità standardizzata su cui tali figure possono agire. Tali questioni risultano quasi assurde di fronte il mondo del “Be orginal”, dove ognuno si ritiene assolutamente libero e indipendente senza per nulla considerare il parco di figure e meccanismi in cui siamo costantemente immersi e il cui ruolo risulterebbe assolutamente inutile se non fossimo in realtà ampiamente influenzabili. Ciò va sempre tenuto in questione quando si pensa al Sé. Ma il Sé oggi si dà per scontato: non conta ciò che si è, conta ciò che si possiede o, nel migliore dei casi, ciò che si fa. Il “conosci te stesso” è ormai imputridito nei musei dimenticati dell’umanità. Oggi si corre. Facciamo tanto ma non siamo nulla.


. I monopoli digitali e il valore d’uso immediato

Il tutto ancor più ampliato dal fatto che i monopoli di oggi sono enormemente maggiori di quelli di soli pochi anni fa, dove i vari ambiti del mercato prima vivevano se non alto di un marketing maggiormente pluralistico e gestito da diversi “colossi”, dove ad oggi ogni mercato tende invece a standardizzarsi su singoli enormi monopoli: basta osservare la rapidissima ascesa di Amazon che fattura largamente più, dominando fette di mercato ampiamente più grandi, di qualsiasi colosso del mercato passato. E dove lo stesso Spotify si sta velocemente affermando come gestore mondiale ed unico della musica. Il fatto che le conseguenze di tale meccanismo, che introduce grosse mutazioni sociali, vengano accettate alquanto a prescindere e senza ben valutarle, mostra la mentalità piuttosto passiva che sottende tutto ciò.
Tali conseguenze dipendono in parte dal valutare ciò che ci circonda non in base a sistemi argomentativi caratterizzati da ampie riflessioni, ma solo in base al valore d’uso immediato, ovvero in base al fatto che l’impiego della cosa possa nell’immediato produrre una comodità. Così la nuova funzione che Spotify potrebbe inserire diviene uno dei tanti simboli delle iniezioni tecnologiche che si introducono nelle vite delle persone, senza però valutarne la complessità degli effetti ma solo la immediata comodità d’uso.

Il meccanismo basato solo sul valore d’uso immediato (sempre inteso come miglioramento di comodità, di benessere o di profitto e mai come eventuale miglioramento intellettuale, o etico ecc.), inserito nei sistemi digitali virtuali si amplifica, innanzitutto perché questi crescono a velocità incredibilmente maggiore rispetto ai passati sviluppi materiali, poi perché la totalità degli effetti che tali meccanismi “invisibili” producono sulla persona sono ben più latenti e di difficoltosa analisi; mentre lo sviluppo di tali meccanismi è accelerato la nostra capacità di comprenderli a pieno è inversamente rallentata. Laddove i sistemi di sviluppo, per ovvi motivi di guadagno, non saranno mai interessati a porre tali riflessioni, queste dovrebbero venire dagli utenti, bloccati però nell’impasse di un sistema che ne determina, come visto, le influenze e ne direziona le preferenze verso tutt’altre direzioni che non verso una riflessione consapevole. Una utenza che ormai si contenta delle comodità e degli usi pratici che ne può guadagnare nell’immediato.


. Il meccanismo: dall’evoluzione allo sviluppo

Tutto ciò si mostra come anti-evolutivo e tende ad accorpare l’individuo più al meccanismo che non al sistema organico vitale. E l’uomo, essere infinitamente cangiante, diviene oggetto passivo, utente sottoposto ad un trend. La stessa evoluzione, la stessa biologia, ci insegna infatti che la vita ha sempre un “di più”, un qualcosa che non è inseribile entro una formula calcolabile, e ciò rappresenta l’essenza della vita stessa.
Qui non siamo sul terreno del progresso ma dello sviluppo, il progresso implicherebbe infatti creatività, possibilità continue di “cambio di gioco”, lo sviluppo si basa invece sul monopolio e sulla ipertrofica crescita di meccanismi basati sempre sulla medesima logica meccanica che si ingigantisce. Alla lunga lo sviluppo in realtà uccide lo stesso progresso e probabilmente i veri progressisti d’oggi sono i conservatori, quelli che vorrebbero conservare una “genuinità” delle cose, un esser “diretto” della realtà che solo, sprigionando le possibilità organiche della vita, può dare adito ad un reale progresso.

Questa non è “evoluzione” la quale inerisce all’ampiamento delle possibilità, ma “sviluppo” che mira alla creazione di algoritmi sempre più stringenti ed “esatti” cosi da eliminare il possibile errore, restringere dunque le possibilità limitando il tutto a scelte facilmente prevedibili e calcolabili, ovviamente e fatalmente in un’ottica politica e di mercato che mira al profitto. Inquadrata entro tale ottica la tecnologia e lo sviluppo tecnologico appaiono come il contrario esatto della vita e anzi loro oppositori: la vita nella sua essenza libera è scomoda, imprevedibile, non totalmente ammaestrabile; si tratta ora di calcolarla e in base a tali calcoli di determinarla secondo schemi ricostruibili, questa è la logica manifesta di ogni algoritmo. Il tutto nel diffuso disinteresse contemporaneo per il quale anche la persona più intelligente tende ad accontentarsi del valore d’uso e delle comodità, del resto le riflessioni critiche non sono monetizzabili, non ci si può far carriera, non hanno nessun valore d’uso immediato per noi, adagiati sugli allori del “si vabbè ma io voglio stare tranquillo”.

I meccanismi digitali, i meccanismi burocratici, i meccanismi politici, i meccanismi emergenziali, i meccanismi sanitari, i meccanismi culturali, i meccanismi educazionali e i meccanismi di mercato (che tutti li sovrasta e domina), sviluppano in tutti i campi la stessa logica, quella delle disciplina dell’individuo e della gestione più diretta delle vite, degli ambiti privati e personali. Il tutto per una falsa promessa di sicurezza e di comodità, così da sentirci tutti più sicuri e sguazzanti in un benessere prodotto in massa, grossa comodità sia per la politica che per il mercato nell’epoca del consumismo post-industriale.

Smart


. Conclusioni

Così siamo tutti ecologici perché lo dice la pubblicità dell’ENI (una delle aziende più inquinanti del mondo) e perché c’è la “rivoluzione elettrica” e intanto compriamo uno smartphone periodicamente (prodotto e smaltito con alcuni tra gli elementi più inquinanti del pianeta); siamo originali perché ce lo dice la Puma (che stampa prodotti omologati su scala) e intanto compriamo tutti prodotti conformati perché “di moda”; abbiamo una nuova energia che ci circonda che, come ci dice la pubblicità di Sky, non è però l’amore ma la fibra internet; la poesia è affidata alle pubblicità dei profumi, siamo tutti intelligenti ma nessuno legge uno scritto oltre le cinque righe e di fronte qualche pagina ci si lamenta per l’eccessiva lunghezza, passiamo giornate davanti video di comici demenziali e ci facciamo intanto i selfie coi libri di Dostoevskij che presto riponiamo sulle mensole ad ammuffire, vestiamo allo stesso modo, frequentiamo le stesse identiche attività; abbiamo gusti autentici e intanto mandiamo avanti playlist scelte dalle piattaforme in base a sistemi algoritmici di mercato; abbiamo pareri ma solo se comprovati da qualche istituzione che possa garantirci legittimità ecc. Solo fino ad un centinaio e anche meno di anni fa qualsiasi uomo incrociava in qualche modo la cultura o la tradizione, non vi erano grandi intrattenimenti e i “lavoretti” pratici, il gioco e la cultura erano, ad esempio, passatempi obbligati, oggi possiamo tranquillamente diventare i migliori professionisti in un determinato settore non avendo mai letto nulla oltre i testi universitari e magari qualche studio “specialistico” e settoriale, passando tutto il tempo libero in qualche attività ipnotica davanti ad uno schermo o ad intrattenersi in qualche maniera distraente.

Ci stiamo sempre più omologando a sistemi che non abbiamo la precisa idea di dove ci porteranno, al di là appunto dell’immediato farci adagiare sul divano con ogni servizio, dal delivery allo streaming, a portata di clic. Le riflessioni critiche in tal senso, seppur poco valorizzate, non mostrano scenari idilliaci.
La cosa non sarebbe neppure un male in se ma lo è nel momento che si afferma nella totale inconsapevolezza di chi entro tali omologazioni è immerso: le persone.

Così Spotify pensa di inserire una nuova funzione psicometrica che va a monitorare l’audio dei nostri telefoni pretendendo di analizzare la nostra condizione. L’utente tende ad essere entusiasta dato che ciò potrebbe portargli un beneficio pratico nell’immediato, senza considerare però tutti i vari retroscena che si spalancano.

La vita quando è libera nella sua piena essenza ha sempre un qualcosa in più che sfugge al controllo umano e ancor più al controllo della tecnologia umana. Dimenticarsene e imporre meccanismi massivi e pervasivi a qualcosa che in realtà ci eccede, rischia di portare a conseguenze avvilenti e nefaste la cui consapevolezza potrebbe arrivare a giochi tristemente già compiuti.