The Card Counter (Paul Schrader, 2021)

Card1

Fra le fitte maglie stringenti – sempre più stringenti – di un mondo divenuto vuota scatola algoritmica, che nega senso nel turlupinare continuo di una società labirinto che annaspa tra caos e nonsense. Ci si può adattare, inventare, infilandosi tra la inspessita trama di un mondo kafkianamente assurdo e che ha perso dolcezza, genuinità, contatto.

Si bara. Come molti che in qualche modo “ce la fanno”. Si approfitta delle faglie. Ma a forza di girare e girare le carte passano di mano in mano e si attende. Così tutto gira gira e rigira intorno, nel grigio quotidiano, tra chi col gioco gioca o prova a giocare.

Fino al momento in cui accade qualcosa, ed è lì che i nodi si allacciano. Così chi ha dovuto saggiare il nefasto, guardarlo in faccia, non può distogliere lo sguardo e continuare ad abbandonarsi ad un sistema che si palesa come vero baratro, che rende la vita il nostro baratro, che vive di narcotici sogni, a sperare che il sistema ci doni una buona vincita e ignorando tutti quei rifiuti di bellezza morta che siamo costretti a calpestare.

E le carte girano e girano e William tenta allora di vincere il gioco esponendosi a quei radar al di sotto dei quali sempre naviga, di battere il banco con le sue regole, di distruggere la macchina della finzione e con essa tutti i suoi finti personaggi che passano di tavolo in tavolo. Ma il banco vince sempre e per chi vede il mondo per quello che è non resta che finire di affondare braccia e corpo nel nero asfalto della nostra degenerata umanità e abbracciare l’ineludibile fato. E le carte girano e girano, e ci domandiamo: dove siamo noi?

Card sCRITTA

Si gioca e si gioca, si gioca tutti; ignoranti e consapevoli, più e meno abili al gioco della vita. Tutto gira ma poi qualcosa accade, qualcosa che chiama, ci porta fuori di noi e ci obbliga ad esporci perché il martirio non resti qualcosa di strettamente personale. Ci fa mostrare il volto che oggi meta-nascondiamo, quel volto ormai utile solo per prestarsi ai digitali riconoscimenti facciali. Ci chiama ad opporre il nostro stesso corpo, perché nella forma completamente svuotata di contenuto non resta che il nostro stesso corpo da frapporre al meccanismo nefasto. Nella morsa, tra un mondo ormai non più manifestamente ma segretamente e retoricamente violento e le sue vittime. E le carte girano e girano, e ci domandiamo chi siamo noi.

Le immagini di Schrader hanno una enorme potenza evocativa. E tutto oscilla tra il vuoto asettico del quotidiano sopportare, e i colori artefatti e ipertrofici del casinò-società.
Rassegnato ad un mondo vuoto William non sopporta più neppure la vista delle sfumature e non vuol lasciare segni di se. Come un fantasma vuol solo passare e sparire senza più osservare nulla né essere osservato. E noi con lui copriamo di bianco asettico i nostri vivere quotidiani abbracciando il sogno di cellophane che lui, disilluso, non segue: di poter un giorno, forse, magari, fare un qualche jackpot alla slot automatica della vita. Sempre che “Mr. USA” ce lo conceda.

E le carte girano e girano e le nostre anime divengono asettiche come le nostre stanze. La vita, quella vera, ha troppi colori perché noi figli dell’algoritmo li si possa sopportare. Preferiamo rifugiarci in quelli finti del meta-mondo retorico. È la vita il nostro abisso.

Card scrive

L’uomo. Questo animale che si adatta tanto facilmente alla gradualità dell’assurdo. Che si abitua al confinamento e alla prigionia scoprendo che ci si adatta terribilmente bene: con l’abitudine si trasforma con semplicità l’aberrante in normalità. Una punizione che ci si impone inconsapevolmente, dove William lo fa però consapevolmente.
Sempre le stesse cose, la stessa aria stantia. Nessuna scelta. E così si finisce con l’abbracciare i propri demoni, li si ama e difende. E le carte girano e girano e intanto un alito di bestia ci accompagna sempre, è lì al nostro fianco, è la nostra spalla, ci trascina con se e non ci lascia.

Del resto il sistema ti sopporta se stai alle regole e, ancor più, te le lascia infrangere e ti assicura piccoli bottini da furfante, purché non si alzi mai troppo la testa.

«Si, bè, è una questione di misura. Al casinò non interessano i contatori di carte. Neppure quelli che vincono. Non gli piacciono quelli che contano le carte e vincono grosse somme. Ciò che importa è quanto e come vinci»
.

Mentre tutto brucia e l’orrore penetra dalle fessure, se ti sei dimostrato furbo, ti puoi fare pure il tuo piccolo guadagno, la tua carriera, purché non si esageri, purché si stia alle regole generali del gioco.  Il casinò alla fine comanda, e il banco deve vincere. E le carte girano e girano. E forse non siamo più noi, non siamo più qui.

Card Tortura

William Tell preferisce «lavorare sotto il radar». Ma a forza di girar mani qualcosa succede. Allora sta a noi la mano. Possiamo passare. Oppure si deve esporsi, perché quel respiro è lì e ci assilla. Si deve diventare un puntino sui radar e affrontare il demone. O ingoi passivo o accetti il martirio. Ma questa volta non può essere martirio auto-riferito.

«Affido la mia vita alla provvidenza e la mia anima alla grazia»

Un mondo che sfrutta uomini come debitori. Ma quando uno ha visto e partecipato dello schifo strisciante del nostro vivere civile accumula un debito morale con cui non può non fare i conti. E le carte girano e girano e così il “boia” di Abu Ghraib macchiatosi impunito di orrori indicibili, ora pianifica ben pagato software di controllo sociale. E la mentalità del carnefice trova la sua naturale prosecuzione nella progredita e civilissima società. Sua spontanea e nefasta evoluzione. E le carte girano e girano, dove «prima ti sbattono all’inferno e poi te ne incolpano» e cosi Circk, figlio di una delle ennesime vittime/carnefici delle moderne atrocità, vuol distruggere, vuole vendetta. Ma non comprende, come molti, ciò che desidera. E cosi William si ritrova ad entrare nei Radar perché il suo debito è troppo grande e le carte girano e girano e poi qualcosa succede. E non si può rimanere indifferenti se qualcosa di vivo ancora batte dentro, nonostante l’estremo desiderio di soffocarlo.

William vuol trarre Circk fuori dall’odio ma non gli offre, come non offre a se, possibilità di redenzione; col debito morale non si può non fare i conti.
L’indifferenza non è più accettabile. Ma l’odio ti divora. Non restano che delle mani tese e delle dita che cercano. Perché quando sei divorato puoi solo alzarti, opporti, resistere. E saper sempre amare. Solo così si può lottare senza essere consumati dentro. E le carte girano e girano e dobbiamo tornare ad essere noi, dobbiamo tornare ad essere qui.

Card Prigione

Circk vuole rispondere alla violenza con la violenza ma «se tu ci fossi stato, non vorresti mai più sentire questa merda in vita tua».

Quale è il limite possibile all’espiazione, per aver partecipato e partecipare allo sfacelo di questo mondo? A volte si può pensare di risolvere i problemi con il denaro. Con qualche piccola sicurezza e garanzia individuale. Ma non serve a nulla. Si nasconde la testa sotto la sabbia mentre fuori la tempesta infuria e alla fine è meglio la galera che una società divenuta prigionia.

Perché le carte girano e girano e il sistema, il mostro, non lo puoi accettare; non lo puoi sconfiggere. Questa è l’impasse che squarcia ogni moderno. Molti volgono lo sguardo e diventano collusi. Altri si infiltrano tra le fitte maglie e vivono di artifizi, ma dipende da quanto è lucida la tua visione. Se vedi il mostro prima o poi dovrai farci i conti. E le carte girano e girano, e dove siamo noi?

C’è solo un modo per vincere: dire no. Lasciarsi incatenare nella consapevolezza di frapporre il proprio corpo tra il nefasto e lo splendente. Macchiandosi di ciò di cui è necessario macchiarsi. Subire nel silenzio assordante di un mondo alienato e indifferente. E continuare ad amare, ricominciare ad amare. Venendo così a patti col proprio debito. Col proprio peccato. Rifiutare, nell’accettare la necessaria tragedia quotidiana, la collusione con l’orrore, dove le carte girano e girano e noi siamo tristemente lì, a braccetto con ciò che ci trascina tutti giù. In una guerra tutti contro tutti dove tutti in tutto perdiamo quella magnifica totalità, che risplende nella composizione fantastica del numinoso.

«Nel poker, il giocatore
non gioca contro il casino’, Gioca contro altri giocatori.
A poker devi saper aspettare. Le ore passano. I giorni passano. Mano dopo mano, ogni mano, come la precedente. Poi succede qualcosa.»

Bill ha visto, ha partecipato del male, nel circolo ininterrotto e reiterato della sopraffazione, dove i sopraffatti ne creano sempre di nuovi. Ne ha incorporato l’essenza, si è lasciato piegare. È divenuto algoritmo di sistema. Bill ormai sa e non può far finta di nulla. Sente l’oscurità sulle spalle, nascosta dietro le luci colorate di una società che funziona sul modello delle slot machine. In questo mondo di leve e giochi di specchi, di promesse sgargianti che inseguiamo come cani affamati, di premi e punizioni, di spazi-prigione, promesse-prigione, carriere-prigione, vite-prigione. Dove ognuno ogni qual volta può andare e va in “Tilt”. Perché in fondo è tutto un gioco di facciata: puoi recitare ma «Un vero giocatore ti vedrà fino al fondo dell’anima». E ciò che vede sono lacrime secche. E le carte girano e girano. E non ci tocchiamo più. E piangiamo soli.

Card2

«Ti piace? Questo, la vita?
Si, è fantastica. Ma è tutto uguale. È ripetitiva. Mi pare non si vada da nessuna parte»

Eppure il mondo risplende al di là delle artefatte lucine della società-casinò, brilla luminoso. La realtà tutta vibra di magnificenza nel fluire delle nostre anime e tutto è lì, bisogna accettare i fardelli liberandosene, abbracciare la vita. Se solo potessimo prenderci per mano, se solo potessimo toccarci. E le carte girano e girano, e le carte girano e girano. E le nostre dita possono ancora congiungersi.

«Con gli occhi pieni di lacrime.
Sono le tue preghiere, la tua lotta.
E la via è indicata,
ma non puoi vedere il mondo senza la luce delle stelle.
Hai solo bisogno di qualcosa per trovare la strada di casa,
e una vetta piena di sogni è la più bella delle cose,
hai solo bisogno di qualcuno che ti porti a casa»

La bestia ansima alle spalle, di continuo. Il suo respiro è sul nostro collo. Agogniamo redenzione ma questo mondo è una fossa violenta.
No. Bill non riesce più a partecipare al tavolo. A nutrire la retorica parata che è divenuta la moderna vita. E le carte girano e girano ma tu non giochi più, accetti la tragedia, l’abbracci fino alla fine del tuo percorso. Perché solo alla fine del tunnel più oscuro risplende la luce più splendente, e tu lo percorri, non ti nascondi più tra le oscure luci artefatte. Respiri ora a pieni polmoni, e questo respiro ti dà coraggio, e ci metti di mezzo tutto il tuo corpo, e ora siamo noi.
Ecco il secco No, perché la paura di perdere quell’artefatto “tutto” di cui ci circondiamo varrà sempre meno che la speranza di conquistare quell’immenso amore dove ti reimmergi, nel caldo ventre dell’universo che rifiuta ogni finzione, ogni retorica, ogni utilitarismo e calcolo, che fugge l’algoritmo, che sa vivere senza timore, che solo perdendo tutto riscopre il tutto. Il tutto della tenerezza che illumina il cosmo e che solo vivendo la tragedia acquista il suo volto numinoso.

E le carte girano e girano ma ora non è più il tuo gioco.
E tutto, tutto, era lì solo per questo. Perché alla fine le nostre dita potessero unirsi.
E ora siamo noi, qui.

Card Dita