The Peanut Butter Falcon (Tyler Nilson & Michael Schwartz, 2019)

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Zak è un ventenne con la sindrome di Down e un sogno nel cassetto, quello di diventare un wrestler professionista. Per farlo decide di fuggire dall’istituto di cura in è ospitato, mettendosi alla ricerca del suo idolo, il leggendario Salt Water Redneck (Thomas Haden Church), che gestisce una scuola di wrestling a Ayden, nel North Carolina. Senza un piano preciso, sul suo cammino incontra Tyler (Shia LaBeouf), pescatore di granchi finito nei guai con la giustizia e con i suoi poco raccomandabili colleghi Duncan e RatBoy, che decide di aiutarlo ad inseguire il suo sogno. Ai due si aggiungerà la giovane Eleanor (Dakota Johnson), assistente dell’istituto di cura sulle tracce di Zak per riportarlo indietro incolume, ma che ben presto si unirà nello strampalato intento di questo folle viaggio.

Dai produttori di “Little Miss Sunshine”, “In viaggio verso un sogno” è il titolo italiano – come spesso accade ben poco fedele all’originale – di “The Peanut Butter Falcon”, opera prima di Tyler Nilson e Michael Schwartz. E se l’originale fa riferimento all’improbabile nome “da combattimento” scelto da Zak (Zack Gottsagen) e al burro d’arachidi, immancabile fonte di sostentamento del trio, quello tradotto, benché banale, include due degli elementi chiave del film. Il viaggio e il sogno, appunto, topoi del cinema americano che spesso vanno a braccetto, desideri che mettono in moto energie, corpi, avvenimenti. Ed è quello che succede sia a Zak, protagonista della storia, sia a Zack Gottsagen – conosciuto dai due registi presso il centro per disabili Zeno Mountain Farm – che di fatto impersona il proprio alter-ego: l’uno con il sogno nel cassetto di diventare un wrestler, l’altro un attore professionista. E ci riescono entrambi.

Un road movie che attraversa la periferia rurale e il Bayou dei Southern States, selvaggi e sporchi, rurali, degradati, lontani anni luce dalla patina della metropoli, ricchi di contrasti, dalla violenza di Duncan, RatBoy e dello stesso Tyler alla spontanea bontà di un commesso di un drugstore o di un compagno di istituto (Bruce Dern), sempre pronti a dare una mano quando si ritiene sia il caso di farlo. Un carosello di loser, dai tre protagonisti della vicenda ai personaggi secondari, che affolla un’America povera ma genuina, vera, nel bene e nel male. Tanta terra, quella di un immaginario USA che ha lunga data – in molti hanno chiamato in causa Mark Twain, e l’accostamento riesce facile – ma ancora di più tanta acqua, onnipresente nel film, in un viaggio che  per buona parte avviene tra fiumi, zattere, isole, piccoli porti.

Sudore, sporcizia e calore che non abbandonano un solo attimo i corpi dei personaggi e che attraverso lo schermo contagiano lo spettatore, facendosi elemento costitutivo di un’avventura che non riserva troppi colpi di scena – complice una sceneggiatura snella e lineare, che tende a correre un po’ troppo per arrivare a destinazione e probabilmente troppo “scritta intorno” al personaggio di Zak e tale da non caratterizzare in maniera troppo accurata, alla fine, nessuno dei vari personaggi – ma che regala una buona dose di buoni sentimenti: libertà, redenzione, amicizia. Non offre tanto – come spesso accade con larga parte del cinema indie e “feel-good” a stelle e strisce – ma quel poco arriva, e tanto basta.