Undine (Christian Petzold, 2020)

Undine

Undine lavora come storica presso il Märkisches Museum di Berlino, dove sono ospitati i plastici che raccontano l’evoluzione dell’urbanistica cittadina nel tempo. Lasciata da Johannes, non accetta la separazione e maledice il compagno, salvo poi trovare un nuovo, fervente amore nel sommozzatore Christoph, conosciuto in un modo quantomai rocambolesco.

Il nuovo film di Christian Petzold – già autore degli ottimi “Phoenix – Il segreto del suo volto” (2014) e “Transit – La donna dello scrittore” (2018), nonché tra i principali esponenti della nuova scuola di Berlino – traspone la leggendaria creatura acquatica dell’ondina, tipica del folklore europeo, nell’ambientazione urbana della capitale tedesca, una città che, come dice la stessa protagonista presentando il plastico a una comitiva di visitatori, nei secoli passati era “il luogo asciutto tra le paludi”. Undine appunto, impersonata dalla magnetica Paula Beer, sguardo glaciale e una chioma di tentacoli, che trova la perfetta corrispondenza in Christop – Franz Rogowski, un volto spigoloso e tagliente che rimane scolpito nella mente – che nell’acqua lavora come palombaro, riparando turbine di dighe a decine di metri di profondità.

L’acqua è presenza costante di tutto il film: predominano le ambientazioni oscure, notturne, che le conferiscono non tanto il canonico senso di leggerezza quanto di oppressione, di spinta potente verso il basso. Una forza tale da alterare anche il senso della realtà e del tempo, con un progressivo slittamento da una storia pur particolare ma intrisa di realismo a un tragico piano di fantasia, anticipato da echi sinistri, simboli (dai plastici della città alla statuina del sommozzatore), premonizioni. E un ordine cronologico che progressivamente si sfalda, con passato e presente che si compenetrano, rendendo impossibile una narrazione lineare e logica degli eventi: i diversi piani temporali convivono, l’appartamento dove si consuma un amore è abitato da una nuova coppia, maledizioni pronunciate in preda a uno sfogo di rabbia diventano vera vendetta, e dal plastico della città ci si proietta in provvisorie situazioni di vita reale, come fossimo dentro un Google Street View in cui il presente viene fissato in maniera effimera, illusoria, temporanea, pronto a mutare in nuove forme e situazioni. E quale città migliore di Berlino, emblema del cambiamento, per mettere in scena questo flusso continuo del tempo e della vita? Una realtà fluida insomma, un plasma cangiante le cui forme hanno come denominatore comune l’amore, in tutte le sue forme, passione, gelosia, vendetta, rabbia, odio.

Il risultato è una visione complessa e non immediata, dai molteplici piani di senso nei quali, letteralmente, conviene lasciarsi immergere e trasportare, lasciando al buio la logica per sentire la poesia. Meritatissimo Orso d’Argento per la migliore attrice all’ultimo Festival di Berlino.