Walter F.Otto “Teofania”

Teofania
Lo spirito della religione greca antica

Adelphi, 2021

È stato ristampato quest’anno (2021) il testo “Teofania” di Walter F.Otto, celebre filologo tedesco, apparso per la prima volta nel 1956 e oggi riproposto come testo sempre attuale e soprattutto sempre stupendo nello svolgersi della sua narrazione, nella passione e sagacia dei suoi argomenti, nell’importanza delle sue riflessioni, in un mondo come quello di oggi, sempre più tecnicamente “progredito” ma indubitabilmente sempre più freddo e alienante.


«Il divino non è il “totalmente altro” in cui si rifugiano coloro per i quali la realtà del mondo è priva del divino. Esso è piuttosto proprio quel che ci circonda, in cui viviamo e respiriamo, ciò che ci afferra e che diviene forma nella chiarezza dei nostri sensi e del nostro spirito. Esso è presente ovunque. Ogni cosa, ogni fenomeno ne parla. E non parlano di un creatore e signore, bensì dell’essere eterno che si rivela in loro. Riluce in ogni attimo vitale con quella gloria indicibile nella quale anche il destino più triste diviene sublime. Essenza vitale pronta a interloquire in un incontro diretto con l’uomo che sia davvero uomo»


Otto analizza qui il sistema teologico della Grecia antica, gli dei, il loro disvelarsi, la loro essenza collegata con un mondo, quello appunto greco, sempre percepito come tra i più virtuosi e saggi che la storia ricordi, un crogiolo di ricchezze nei confronti del quale ancora oggi non possiamo esimerci dal trarre ispirazione, ispirazione che però tende a tralasciare l’aspetto teologico.
I greci sarebbero dunque estremamente sapienti ma se si parla di ambito inerente gli dei appaiono alla stregua di sciocchi “primitivi” superstiziosi. Riguardo tali divinità Otto allora ci domanda: come mai «proprio loro non avrebbero nulla da dirci?», «com’è possibile dunque che essi ci siano indifferenti?».

Otto riscopre l’originalità della percezione divina, la “teofania”, rivelazione tramite la quale la divinità stessa si manifesta chiaramente nelle cose, nel cosmo. «Gli dei non sono frutto di invenzioni, elucubrazioni o rappresentazioni, ma possono soltanto essere sperimentati».

La perdita del divino, più che inerente un evoluto progresso, appare come un «progressivo impoverimento dell’uomo contemporaneo, il quale, a causa della sua scienza e tecnica, è in procinto di perdere completamente il mondo per occuparsi esclusivamente di se stesso».
Il mito medesimo, oggi accorpato al favolistico, non nasce in realtà da ingenui “sogni” ma «dalla lucida contemplazione dell’occhio spirituale spalancato sull’essere delle cose». Come ci dice Otto: «questo non è un articolo di fede, ma la più profonda di ogni esperienza».

Il sapere tecnico-scientifico contemporaneo, mentre da una parte ha sviluppato nuovi fruttuosi ambiti di conoscenza, dall’altro, imponendo il proprio sguardo analitico come l’unico giustificato, ha nel tempo opacizzato la capacità dell’uomo di percepire direttamente interi ambiti del reale, ambiti in cui una antica umanità ignorantemente definita come “arretrata” si trovava in diretta comunione con la natura, la quale dava in se conoscenza: «quella conoscenza che dovette in seguito necessariamente venir meno insieme all’unione vitale».

Molti studiosi «hanno proiettato la loro immagine sull’umanità preistorica», pensando gli antichi essenzialmente uguali a se stessi ma ad uno stato più “arretrato”, date le forme arcaiche che ancora predicavano. Tali saperi ci sfuggono secondo Otto perché appartenenti ad una umanità essenzialmente diversa, inscritti in un’ottica generale di percezione del reale differente, ma altrettanto legittima.

Dei-Greci

Il Dio ci dice Otto altro non è che «l’intero essere del mondo a rivelarsi nella sua singolare manifestazione», il vedere gli dei come forme psicologiche alterate, errori di interpretazione della coscienza, mostra tutto il pregiudizio che nasce, appunto, dal voler interpretare un fatto non nella sua essenza specifica ma attraverso lo specchio deformato di un sapere contemporaneo che non gli appartiene. «Lo “psicologo” corre sempre il rischio, a causa del suo costante rivolgersi verso l’interiorità, di perdere il mondo, di non percepire più la voce dell’essere». Il percepire l’interiorità umana, e non il mondo stesso, come fonte di conoscenza porta l’uomo d’oggi ad essere staccato da ciò che esso stesso studia e non più sua parte costituente. Il mondo diviene il laboratorio asettico dello scienziato che non sente più la voce delle cose, non essendovi immerso ma alienato, dove imprime le sue forme di sapere a ciò che studia, le quali però hanno appunto l’artificiosità del laboratorio e non la naturalità delle cose.

Walter Otto vuol invece, sulla scia di molta antropologia di metà XX secolo, restituire la dignità specifica che appartiene all’esperienza divina antica e qui in particolare dei Greci, come appunto fenomeno specifico e genuino, non piegabile ai nostri standard di conoscenza tecnico-scientifica, non derivato da errori psicologici o fantasie della percezione. E il modo in cui sviluppa tali tematiche, il potenziale mitico e magnifico che Otto stesso riesce a trasferire sulle pagine, rende grande giustizia al fenomeno stesso che si vuol analizzare. Una definizione del magnifico che è nel mondo e che si rivela tramite gli antichi dei del cosmo.

La stessa antropologia infatti, nei medesimi anni e sulla scia del pensiero di studiosi quali Claude Lévi-Strauss, ha vigorosamente spezzato il pregiudizio contemporaneo del progresso costante, che vedrebbe nel passato null’altro che una forma retrograda del presente, entro una visione scientifico-dogmatica che interpreta la storia come miglioramento invece che come cambiamento. L’antichità è ora invece vista nella sua specificità come sapere non “primitivo” ma semplicemente “altro”, non dunque meno valido ma semmai diversamente valido. Il progresso umano altro non è che una selezione di prospettiva, dove lo sviluppo scientifico stesso nasce dal prediligere una determinata via di conoscenza e non dal miglioramento costante della conoscenza stessa. Tutto ciò ha svelato la sua dose di pregiudizio tautologico: ovvero il vedere nella storia un costante progresso dopo aver però fondato a priori l’idea stessa della storia come progresso costante. Si sovrappone l’attuale (l’uomo attuale, il sapere attuale, la percezione attuale delle cose ecc.) al passato (dove vi era però un uomo diverso, un sapere diverso, una percezione delle cose diverse ecc.) pretendendo di darne una visione oggettiva ed unitaria: il nostro modo di concepire le cose è considerato l’unico possibile, per cui quello antico sarebbe il nostro stesso ma più arretrato, dove cose come “Il divino” ed altre rappresentano semplici errori di concezione. Tutto ciò palesa la sua dose di pregiudizio.

Gli dei che si manifestano ai Greci antichi altro non sono che la magnificenza del mondo il cui incanto per noi è perso. La “teofania” è appunto il disvelarsi del divino nel mondo stesso, pura meraviglia che si dipana nel cosmo, meraviglia che il nostro ossessivo voler analizzare, oggettivare, quantificare, ordinare e vagliare tecnicamente al laboratorio, ci ha reso tristemente invisibile nel tempo.

Otto ripercorre così il dipanarsi dello sguardo greco sul mondo illuminato dagli dei e lo fa come fenomeno autentico; restituisce meraviglia ad uno sguardo altrimenti impoverito e riprende sulla pagina l’unione organica che il greco aveva con le cose, unione che è il divino stesso. Dove ovviamente siamo lontani dalle manifestazioni monoteistiche, entro le quali la divinità di già appare come distacco e dominio, come appunto il “totalmente altro” e non armonica unione vitale; come pure siamo lontani da un generico panteismo.


L’uomo che perde la meraviglia fuori di se per barricarsi entro il suo proprio palazzo non può che perdere la meraviglia dentro di se, la quale altro non sarebbe che specchio del cosmo, uno specchio divenuto offuscato. Oggi viviamo un mondo ordinato ed “esatto”, un universo causalistico di cui disegniamo gli schemi meccanicistici, un mondo quindi piegato all’uso che possiamo farne, un mondo che si mostra fintanto che può essere adoperato dall’uomo e dai suoi meccanismi, che conta fintanto che ci serve, a cui non più apparteniamo e che ha perso il suo meraviglioso incanto. Quell’incanto che abbracciando la totalità delle cose restituisce armonia: consonanza che scavalca la matematica somma delle parti. Dove il tutto risplende e si dipana costantemente al di là della pur utile conoscenza esatta, al di là della nostra ansia per il futuro che offusca la pienezza del presente, delle nostre manie di controllo e delle nostre angosce incessanti.

È in tale ottica splendidamente narrataci da Otto che gli dei greci hanno ancora molto da insegnarci.


«In principio l’uomo e i suoi dei erano una cosa sola, quando, ignota a se stessa, esisteva l’eterna bellezza»

– F. Hölderlin