Where Does a Body End? (Marco Porsia, 2019)

swans

È il crepuscolo, siamo ad ottobre e sto camminando in mezzo alla natura dopo una giornata di lavoro, sommerso da alta vegetazione frustata da un vento impetuoso, sotto un cielo plumbeo che minaccia pioggia, lampi e tuoni e lontano diversi chilometri da casa. Nelle orecchie la colonna sonora ideale per la situazione, “To be kind” degli Swans, perfetto contraltare in musica della tensione del momento, forza propulsiva e annichilente al contempo.

Sto recentemente ripercorrendo la discografia della più che trentennale creatura di Michael Gira dopo la visione del recente “Where Does a Body End?”, documentario girato dal canadese Marco Porsia (disponibile in streaming su Vimeo) e incentrato appunto sulla carriera dell’artista e della sua band principale, gli Swans, capaci di attraversare i decenni ponendosi all’avanguardia in scene anche molto distanti tra loro, dall’Industrial/Noise degli esordi al Gothic Rock/Post-Punk degli Anni Novanta, fino alla rinascita e reincarnazione dell’ultimo decennio in chiave Post-Rock/Drone Music, giusto per fornire qualche coordinata, sempre che ce ne fosse bisogno. In ogni forma assunta, l’essere un faro è sempre stata la costante, la volontà di realizzare arte l’obiettivo primario, sempre con l’assoluta precedenza rispetto al successo commerciale, che Gira non ha esitato a gettare al vento, una volta raggiunto, ogniqualvolta ha avuto il sentore di essere arrivato ad un qualche punto morto nella sua traiettoria creativa: come avvenuto prima a metà Novanta, dopo album epocali quali “The Great Annihilator” e “Soundtracks for the Blind”, con lo scioglimento della band e una pausa durata quasi quindici anni, e più di recente dopo “The Glowing Man”, quarto centro pieno del post-rinascita, con un rimescolamento della formazione alla ricerca di nuovi territori, appena iniziati ad esplorare con il nuovo “leaving meaning.” uscito lo scorso anno.

Nel documentario c’è posto anche per gli esordi di Gira (l’infanzia e la burrascosa adolescenza, i Circus Mort, i tour con i Sonic Youth), i progetti durante il limbo (gli Angels of Light, la Young God), ma anche per i suoi compagni di viaggio, prima tra tutti, inevitabilmente, Jarboe, compagna di vita e di arte per un decennio e importante artefice dell’evoluzione artistica della band nella prima metà della sua esistenza. Molti gli ospiti intervistati – Thurston Moore, Devendra Banhart, Blixa Bargeld, Jim Sclavunos, Karen O, senza menzionare i membri della band che si sono succeduti nel tempo – e innumerevole il materiale di repertorio, dagli esordi al più recente, che rende la visione dell’opera particolarmente allettante.

Onestà intellettuale e artistica, la vita intesa come forza propulsiva della creazione musicale come di rado capita di incontrare. Una potenza, una magnificenza e una maestosità in suono capaci di avvolgere e rapire anche il più distratto, ingenuo e meno avvezzo a sonorità “altre” degli ascoltatori, segno questo, forse più di altri, della grandezza del progetto, capace di gettare nuovi ponti tra nicchia e grande pubblico, arte e musica di più immediato consumo. Qui si parla di storia della musica: tanto di cappello all’uomo e alla band, e lunga vita agli Swans.